RU-486: la Pillola di Erode

Posted Novembre 2, 2009 by renatofeletti
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«Il dibattito di questi giorni sulla re-introduzione della RU-486 in Italia, la pillola per l’aborto farmacologico da prendere entro il 49esimo giorno dall’ultima mestruazione, mi ha riportato alla mente – scrive Giorgio Gibertini – un significativo esempio della gente di strada accadutomi nel lontano 1991».

« Ero un ragazzotto allora che osservava allibito alla prima guerra del Golfo, quella di Desert Storm, quella delle bombe intelligenti. Ricordo che nel “chiacchiericcio” del bar su questo argomento intervenne un caro amico del mio paese, idraulico, che disse riferendosi alle tanto sponsorizzate bombe: “Saranno pure intelligenti ma uccidono sempre le persone”. Sintesi perfetta della seppur mistificata verità. Credo che l’esempio possa essere riportato pure per la questione della Ru486. In un dibattito televisivo con Silvio Viale (promotore della re-introduzione della pillola) e Daniele Capezzone, qualche anno fa, alla fine il conduttore mi chiese: allora Gibertini, meglio l’aborto tradizionale o quello farmacologico? Meglio nessun aborto, risposi ma non penso di essere stato un genio, ho tratto solamente le logiche conseguenze: due modi diversi di sopprimere la vita. Se vi chiedessi se per la già citata guerra in Irak sia meglio usare il gas nervino o le bombe intelligenti voi potreste fare una scelta? Diciamolo chiaro e con forza. La Ru486 non è una medicina. Non cura alcuna malattia. Non aiuta la vita, la stronca sul nascere. La Ru486 non è amichevole nei confronti delle donne. Non realizza in alcun modo un aborto indolore, posto che sia possibile realizzarlo. È al contrario un sistema abortivo altamente controverso anche dal punto di vista della sua sicurezza ed efficienza clinica. Più importante ancora, la pillola abortiva tende a deresponsabilizzare il sistema medico, e a ridurlo a dispensario di veleni, e lascia sole le donne, inducendole a una sofferenza fisica e psichica prolungata e domestica, molto simile alle vecchie procedure dell’aborto clandestino. Per queste ragioni etiche siamo contrari alla pillola Ru486 e alla sua introduzione in Italia, anche perché la sua utilizzazione è incompatibile con le norme della legge 194/1978. E pensiamo che occorra fare di tutto, ciascuno nelle forme pertinenti il proprio ruolo, per impedirla. Jerome Lejeune, noto genetista scopritore della sindrome di Down, definì la Ru486 come un “pesticida umano”. La dottoressa Catherine Lennon, presidente di Doctors for Life dello stato del New South Wales, ha definito la RU-486 un “pesticida umano altamente tossico”, osservando che esso provoca gravi malformazioni fisiche nei bambini che sopravvivono ai suoi effetti e che può causare gravi danni fisici e psicologici alle donne che si trovano da sole a casa a dover partorire un bambino di 6 o 12 settimane di età. Siamo per la vita, siamo per le donne, siamo per la natura ma soprattutto per la verità».

(Giorgio Gibertini, La pillola di Erode, su: ‘Don Orione oggi’ 10/2009, p. 6)

Don Zeno: “Io amo, ecco tutto!”

Posted Ottobre 21, 2009 by renatofeletti
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È interessante rileggere, in questo anno sacerdotale, i brevi pensieri che don Zeno Saltini, il promotore dell’esperienza di Nomadelfia, scriveva nel lontano 1941, ricordando i suoi primi 10 anni di sacerdozio …

« Il 4 del mese corrente sono salito all’Altare nel ricordo di un giorno sacro che il Signore mi donò a Fossoli nel 1931: l’Ordinazione al Sacerdozio, avvenuta tra quella popolazione nella quale sono cresciuto.
Decimo anniversario di una tremenda promessa e di un divino dono.
Dieci anni passati al servizio di una grande causa.
Ricordo di aver concepito la vita sacerdotale come una via al Calvario nella redenzione del popolo. Posso oggi dire che avevo perfettamente ragione. Dunque tiriamo avanti, ora lodato, ora ammirato, ora criticato a morte, ora dimenticato, ora in lacrime, ora in santa consolazione; ora aiutato, ora abbandonato a me stesso. Però è bello ricordare che nelle ore più ingrate mi sono sentito sorretto da una forza … sempre mi sono trovato con Gesù, sicché il mondo può agitare le sue acque torbide fin che vuole ché io non devo temere nulla. …
Io amo, ecco tutto, amo in Cristo il popolo per il quale mi sono fatto sacerdote. Ve lo posso assicurare.
Devo insegnare la Verità anche quando scotta …
Devo insegnare con l’esempio la Legge di Dio. …
La poesia del Sacerdozio non mi appare che una sola: la Croce, il Calvario. Per amare seriamente il popolo c’è da sudar sangue addirittura. Sì, sì. Credetelo!
In questi dieci anni di sacerdozio ho provato a sangue quanto grande, quanto arduo sia amare il popolo in una Missione redentrice… C’è da morire di crepacuore. E sia… Dopo di che ci attende la Vita Eterna ».

(don Zeno Saltini, 10 anni di sacerdozio, Nomadelfia è una proposta 3/2009, p. 6)

Un ricordo di padre Giuseppe Ambrosoli

Posted Ottobre 19, 2009 by renatofeletti
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Domenica scorsa si celebrava la Giornata Missionaria Mondiale e nel vangelo della messa risuonavano le parole di Gesù: “Chi vuole essere il primo sia il servo di tutti”. Cercando un esempio ho pensato a padre Giuseppe Ambrosoli, mi è tornato alla mente il racconto della sua vita. Nato a Ronago (Como, Italia) il 25 luglio 1923 è morto a Lira (UGANDA) il 27 marzo 1987, il padre dott.. Giuseppe Ambrosoli è stato proprio uno che si è distinto per la dedizione e l’umile servizio del prossimo sofferente.

Giuseppe Ambrosoli era ancora un giovane studente di medicina, quando fu portato in Germania in un campo di addestramento nell’aprile del 1944. Aveva 21 anni. In una situazione difficile e incerta come quella, sorprende la sua maturità umana e spirituale. Fin da allora ebbe l’abitudine di nascondere gli atti più eroici col manto della semplicità. Si legge in un suo quaderno di quegli anni: “Non importa se non riuscirò a convertire quelli che sono lontani da Gesù. Resterà però sempre nell’animo loro una traccia, una breccia fatta dall’amore, non quello mio, umano, ma quello di Gesù che ha infiammato il mio cuore. Devo vivere la carità di Cristo in ogni momento, in ogni ambiente in cui mi trovo”.

Ricorda il dott. Luciano Giornazzi compagno di sventura di Giuseppe in Germania: “Ho conosciuto padre Ambrosoli nel lontano 1944, nel Krieggefangenlager di Heuberg-Stetten … Abbiamo trascorso laggiù un anno e poco più, fianco a fianco, subendo un tipo di vita non dei migliori: lavoro manuale e addestramento paramilitare (eravamo tutti studenti iscritti alla Facoltà di Medicina delle varie regioni di provenienza), tanta fame e una discreta dose di maltrattamenti, più morali che materiali.
Io ho vissuto tutto quel triste periodo nella stessa baracca con padre Ambrosoli e alla fine della guerra quando, dopo molte traversie, siamo tornati alla vita normale la figura di quel ragazzo mi è rimasta nella mente e nel cuore. Lo ricordo quando alla sera, stanchi e sempre affamati, ci mettevamo sui castelli. Lui costantemente chiedeva a ognuno di noi se avessimo bisogno di qualcosa: era sempre pronto ad ogni richiesta nonostante fosse stanco e affamato come noi. Ed ecco Ambrosoli col secchio che corre a prendere acqua pulita, fuori, lontano dalla baracca, d’estate e d’inverno. Eccolo mentre aiuta qualcuno di noi a lavarsi per essere pronto all’ispezione (un ritardo o inadempienza significava infatti punizione per tutta la baracca). Mi sembra di vederlo ancora mentre consola fraternamente quello fra noi (ed era abbastanza frequente!) che lasciava scorrere sommessamente qualche lacrima nel ricordo dei nostri cari lontani o, alla fine del nostro scarso rancio, ritirarsi sul proprio pagliericcio e a voce alta recitare qualche preghiera nell’indifferenza totale. Eccolo mentre rimprovera qualcuno di noi che impreca contro la malasorte che ci ha portati, volenti o nolenti, in quel maledetto posto: ha una buona parola per tutti e alla fine riesce a calmare la rabbia, il dolore, l’ansia. Lo ricordo durante una marcia di addestramento (15 km!) quando si carica anche del mio zaino per un improvviso dolore al ginocchio che mi impediva di reggere l’andatura del gruppo. Arrivati nella baracca, me lo ricordo chino sui compagni più stanchi a lavare loro i piedi. Più tardi, in altra occasione, allorché giacevo in infermeria con febbre alta, incapace di muovermi, per quasi un mese di fila mi ha portato il rancio due volte al giorno: sempre con il sorriso sulle labbra, sempre con qualche parola di incoraggiamento. Insomma per farla breve Ambrosoli durante quel periodo è sempre stato a disposizione di tutti. Era diverso da noi. Aveva una marcia in più, morale e materiale, che certamente gli veniva dalla sua permanente serenità. Il suo comportamento verso il prossimo mi ha confermato che i santi esistono ancora ai nostri giorni.”

( Da www.vatican.va, Il Servo di Dio Missionario P. Giuseppe Ambrosoli)

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BREVE
BIOGRAFIA
DI
PADRE
GIUSEPPE
AMBROSOLI