Benedetta Bianchi Porro ( 1936-1964 ) è una ragazza segnata da una terribile malattia. Progressivamente, diventa paralizzata, sorda, senza odorato, senza olfatto, senza tatto… e infine cieca. Inizialmente prova sentimenti di disperazione, ma poi tutto cambia…
Benedetta ha conosciuto la prova tremenda del vuoto di significato della vita: questa prova la rende tanto vicina alle nuove generazioni ecco due brani presi dalle sue lettere. Siamo nell’anno 1953, Benedetta scrive all’amica Anna prima dell’incontro con il Signore:
“Anch’io… desidero rifugiatami nella quiete di un porto, ma la mia barca è fragile, le mie vele sono squarciate dal fulmine, i remi spezzati e la corrente mi trascina lontano… Talvolta quando sento gli occhi pieni di lacrime e il pianto che mi chiude la gola, non so se sia il freddo o i ricordi. Sai, Anna, mi sembra di essere in una palude infinita e monotona e di sprofondare lentamente, lentamente senza dolore o rimpianto, così incosciente e indifferente verso ciò che avverrà quando anche l’ultimo tratto di cielo scomparirà e il fango si chiuderà sopra di me”.
Sempre nel 1953 Benedetta sviluppa ulteriormente il tema della disperazione. Scrive:
” Come è bello viaggiare, Anna! Appena potrò, io credo che me ne andrò subito e viaggerò sempre. Penso che non ci sia nessuno a cui non piaccia ciò: viaggiare è dimenticare la monotonia della vita, è fuggire la nostra inquietudine, la nostra perenne noia. Io sono sempre più stolta, sempre più inquieta. A volte trovo un equilibrio e sono piena di amore e comprensione per tutti, a volte e invidio l’incoscienza ( ma è veramente tale? ) degli altri e mi sento sciocca; io che cerco dalla vita ciò che non c’è e non so neppure cosa sia, ma molto spesso sono piena di dubbi, precipito nel più profondo scetticismo. Non credi che lo scetticismo sia affascinante, se non altro perché ci toglie il pensiero di trovare da noi una realtà? Ho paura di questa mia in conclusione, di queste tenebre: mi sento così falsa, così inutile, così vuota! A volte temo che mi stancherei anche della felicità e dell’eternità, e da questo comprendo di vagare nel buio. Sapessi, Anna, come ho bisogno del tuo aiuto! Desidero tanto la verità, non desidero che questo, ma nessuno ne sa nulla! “
Ma, misteriosamente, la situazione di Benedetta cambia: qualcosa accade, anche se non sappiamo quando e come. Siamo nell’anno 1958. A Maria Grazia, dopo l’incontro con Gesù, scrive:
” Io penso: che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili) e la mia anima è piena di gratitudine e di amore verso Dio, per questo!”.
Alla mamma confida nel 1961:
“Cara mamma, quanto a me sto come sempre. Ma da quando so che c’è Chi mi guarda lottare, cerco di farmi forte: come è bello, così, mammina! Io credo all’Amore disceso dal Cielo, a Gesù Cristo e alla sua Croce gloriosa! Sì, io credo all’amore! Tu mi dirai che io in Gesù ci sono nata. Sì, ma prima lo sentivo così lontano! Ora, invece, so che Dio è dappertutto (pure nel dolore!) anche se noi non lo vediamo, addirittura il regno di Dio è in noi “.
( Angelo Comastri, Dio è amore, pp. 24 – 26)

