Archivio per settembre 2007

Come è grande Dio!

settembre 24, 2007

«Una volta… ero sulla strada e mi ero fermato a prendere una ciotola di latte in un cascinale. Mentre stavo parlando con il bifolco attorniato da un po’ di bambini, arriva una donna dal campo. Io ero vestito da prete e da lontano questa donna agitava un’enorme carota, eccezionale come proporzioni, e diceva: “Guardi, reverendo, come è grande Dio!”. Io sono rimasto lì di stucco.
E, raccontandolo, ho detto: … “Questa è una posizione culturale, questa connessione stabilita tra la banalità di un fatto quotidiano, di un avvenimento assolutamente terra-terra, la carota, e il destino del mondo, questo scoccare di una scintilla tra due poli così grandiosamente e apparentemente lontani, questa è una costruzione culturale, è una posizione culturale”».

(L. Giussani, Certi di alcune grandi cose, pp. 254-255)

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La visita dell’anziana signora

settembre 7, 2007

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Il 24 agosto 1988, al Meeting di Rimini, padre Tadeusz Styczen, amico intimo di lunga data di Karol Wojtyla, e suo successore alla cattedra di filosofia morale all’Università di Lublino, tenne una lezione veramente bella sul tema “Costruttori distratti che non guardano l’infinito”. La nostra società – osservava Styczen – è malata di un “democratismo, che è disposto a lasciare la sorte di Socrate e di Cristo in balia della maggioranza, non vuole più riconoscere profeti che parlino di valori veri….”. E prendeva spunto dal seguente riassuntino…

«C’è un dramma di Friedrich Dürrenmatt che… si intitola: “Besucht der eltern Dame”, che in italiano si può tradurre pressappoco con “La visita dell’anziana signora”.
Da qualche parte in occidente, forse in Svizzera, c’è un posto che si chiama Gullen; lì accade fra un ragazzo e una ragazza una storia del tutto normale, come tante altre; si incontrano, si amano, poi il giovane la abbandona. Per la mentalità del villaggio la ragazza è ormai una donna perduta, le tocca fuggire via, andarsene nella grande città, forse per perdersi davvero, forse per rifarsi una vita. Passa il tempo, il giovane è ormai un uomo maturo, già sul declino dell’esistenza, ha fatto la sua carriera, certo una piccola carriera perché nulla di grande succede mai a Gullen. È arrivata intanto la democrazia, ed anche un certo benessere, ma Gullen rimane Gullen. Un giorno arriva la notizia: lei torna. Lei nella grande città ha fatto carriera; dopo una vita avventurosa ha sposato un uomo incredibilmente ricco e potente, che è morto lasciandola erede di tutti i suoi beni. I rapidi non fermano mai a Gullen, ma questa volta, per desiderio della grande dama, lo faranno. La signora torna per ottenere la propria vendetta e per far mettere a morte l’uomo che l’ha sedotta, tradita ed abbandonata. La donna non vuole soltanto che egli muoia, vuole che sia tradito, abbandonato, consegnato e condannato da suoi amici e da tutti i cittadini del paese. Essa promette di portare il benessere a Gullen se le daranno ciò che vuole e compra poco per volta con il denaro le coscienze di tutti i paesani fin quando essi consentono all’omicidio. Anche il parroco si trova alla fine tra di loro, “primus inter pares” nel consenso che fa la verità. Vi è però una differenza fra il modo in cui termina il libro di Dürrenmatt ed il finale della messa in scena cinematografica, ed è questa ultima a consegnarci nel modo più completo il significato del dramma. Qui, nell’assemblea del paese che deve decidere della sorte dell’uomo, la dama alla fine domanda ripetutamente: “C’è qualcuno che sia contrario? Niemand? Nessuno? -” Silenzio. Dopo che tutti, fino all’ultimo, hanno consentito al sacrificio dell’uomo, la donna riprende a parlare e continua pressappoco così: “Io vi dico allora che costui non è colpevole e perciò deve vivere e rimanere fra voi come specchio della vostra coscienza che avete venduto”. Essi hanno infatti sostituito il giudizio della coscienza con quello dell’utile e della convenienza. Lo hanno fatto adesso condannando a morte l’uomo, come lo avevano già fatto una volta, molti anni prima, condannando la donna all’emarginazione ed all’ostracismo.»


(Tadeusz Styczen, Costruttori distratti che non guardano l’infinito, Meeting di Rimini 1988)