Archivio per giugno 2009

L’incontro di Benedetta

giugno 29, 2009

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Benedetta Bianchi Porro ( 1936-1964 ) è una ragazza segnata da una terribile malattia. Progressivamente, diventa paralizzata, sorda, senza odorato, senza olfatto, senza tatto… e infine cieca. Inizialmente prova sentimenti di disperazione, ma poi tutto cambia…
Benedetta ha conosciuto la prova tremenda del vuoto di significato della vita: questa prova la rende tanto vicina alle nuove generazioni ecco due brani presi dalle sue lettere. Siamo nell’anno 1953, Benedetta scrive all’amica Anna prima dell’incontro con il Signore:

“Anch’io… desidero rifugiatami nella quiete di un porto, ma la mia barca è fragile, le mie vele sono squarciate dal fulmine, i remi spezzati e la corrente mi trascina lontano… Talvolta quando sento gli occhi pieni di lacrime e il pianto che mi chiude la gola, non so se sia il freddo o i ricordi. Sai, Anna, mi sembra di essere in una palude infinita e monotona e di sprofondare lentamente, lentamente senza dolore o rimpianto, così incosciente e indifferente verso ciò che avverrà quando anche l’ultimo tratto di cielo scomparirà e il fango si chiuderà sopra di me”.

Sempre nel 1953 Benedetta sviluppa ulteriormente il tema della disperazione. Scrive:

” Come è bello viaggiare, Anna! Appena potrò, io credo che me ne andrò subito e viaggerò sempre. Penso che non ci sia nessuno a cui non piaccia ciò: viaggiare è dimenticare la monotonia della vita, è fuggire la nostra inquietudine, la nostra perenne noia. Io sono sempre più stolta, sempre più inquieta. A volte trovo un equilibrio e sono piena di amore e comprensione per tutti, a volte e invidio l’incoscienza ( ma è veramente tale? ) degli altri e mi sento sciocca; io che cerco dalla vita ciò che non c’è e non so neppure cosa sia, ma molto spesso sono piena di dubbi, precipito nel più profondo scetticismo. Non credi che lo scetticismo sia affascinante, se non altro perché ci toglie il pensiero di trovare da noi una realtà? Ho paura di questa mia in conclusione, di queste tenebre: mi sento così falsa, così inutile, così vuota! A volte temo che mi stancherei anche della felicità e dell’eternità, e da questo comprendo di vagare nel buio. Sapessi, Anna, come ho bisogno del tuo aiuto! Desidero tanto la verità, non desidero che questo, ma nessuno ne sa nulla! “

Ma, misteriosamente, la situazione di Benedetta cambia: qualcosa accade, anche se non sappiamo quando e come. Siamo nell’anno 1958. A Maria Grazia, dopo l’incontro con Gesù, scrive:

” Io penso: che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili) e la mia anima è piena di gratitudine e di amore verso Dio, per questo!”.

Alla mamma confida nel 1961:

“Cara mamma, quanto a me sto come sempre. Ma da quando so che c’è Chi mi guarda lottare, cerco di farmi forte: come è bello, così, mammina! Io credo all’Amore disceso dal Cielo, a Gesù Cristo e alla sua Croce gloriosa! Sì, io credo all’amore! Tu mi dirai che io in Gesù ci sono nata. Sì, ma prima lo sentivo così lontano! Ora, invece, so che Dio è dappertutto (pure nel dolore!) anche se noi non lo vediamo, addirittura il regno di Dio è in noi “.

( Angelo Comastri, Dio è amore, pp. 24 – 26)

Il monsignore e l’asinello

giugno 18, 2009

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Al termine degli esercizi spirituali predicati in Vaticano al Papa e alla Curia romana nel 2003 , Monsignor Angelo Comastri fece a Giovanni Paolo II questa confidenza parlando di sua mamma e di come essa era stata per lui “una maestra di genuina sapienza e di limpida fede”.

«Il 10 marzo 1967, vigilia della mia ordinazione sacerdotale, mi giunse l’inattesa notizia della defezione dal sacerdozio da parte di un mio carissimo amico, conosciuto durante gli anni degli studi universitari…. Ero amareggiato e, per certi aspetti, avvertivo una trepidazione che rischiava di turbare l’entusiasmo che avevo sentito fino a quel momento: e così il momento atteso improvvisamente diventò il momento… temuto.
La mamma, con il sesto senso di cui sono dotate tutte le mamme, avvertì che qualcosa non andava e dolcemente mi avvicino e mi disse: “Hai forse un po’ di paura, figlio mio?”. Risposi con sincerità e dissi: “Mamma, tanti miei amici e anche alcuni professori stimatissimi hanno abbandonato il sacerdozio in questi ultimi anni. Ho paura! Sarò fedele alla chiamata del Signore? E se perdessi la testa anch’io?”.
Rivedo la mia mamma… Si fece pensosa e forse si immerse nella preghiera: la preghiera delle mamme, che entra diritta nel Cuore di Dio! Mi prese per le mani (per le quali ella aveva già preparato il fazzoletto ricamato che le avrebbe dovute avvolgere il giorno seguente, subito dopo l’unzione con il sacro crisma), mi guardò con intensità e poi mi disse: “Figlio mio, stammi a sentire! Gesù, nel grande giorno delle Palme, entrò a Gerusalemme cavalcando un asinello. Resta sempre un umile asinello anche tu… E Gesù non si metterà mai di cavalcati: ne sono sicura”».

(Angelo Comastri, Dio è amore, pp 7-8 )

Bambini

giugno 1, 2009

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Scrive von Balthasar: «Dormire e giocare sono le due occupazioni della Parola (cioè: del Verbo di Dio fatto bambino) che affascinano Teresa di Lisieux. Lei… si meravigliava sempre di fronte al Bambino e considerava il suo rapporto con Lui in maniera molto naturale e concreta».
Alla devozione di Teresa per la santa infanzia di Gesù corrisponde il suo quotidiano lavoro per restare “bambina”.
Un giorno spiegherà così tale programma spirituale: «Restare bambini davanti a Dio vuol dire riconoscere il proprio nulla, aspettare tutto dal Buon Dio come un bambino aspetta tutto dal suo papà. Non cercare di cambiare stato col crescere… È non attribuire mai a se stessi le virtù che si praticano… È non scoraggiarsi mai delle proprie colpe, perché i bambini cadono spesso, ma sono troppo piccoli per farsi male davvero».
… Si tratta di percorrere volentieri e di buon animo «la via dell’abbandono del bambino che si addormenta senza paura nelle braccia di suo padre». Abbandonarsi senza paura vuol dire accettare che il fondamento di tutto stia nella coscienza di appartenere, nella sicurezza di avere un Padre….
Quel che conta è l’amore con cui ci si abbandona: e, se questo è vero, tutto può essere utilizzato per testimoniare l’amore, e tutto è infinitamente importante a questo scopo.
… Con mille piccoli regali possiamo restituire a Dio ciò che Lui ci ha donato, ed Egli lo accoglie e lo rende sempre più prezioso, con un processo di continuo scambio d’amore, che dura tutta la vita.

( Antonio Maria Sicari, Una Santa Famiglia, pp. 68-70)