Archivio per marzo 2009

Marija Judina: la pianista che commosse Stalin

marzo 31, 2009

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Classe 1899, a dodici anni è già artista completa. Legge avidamente Platone, Agostino, Tommaso d’Aquino, si appassiona ai poeti simbolisti, studia arti figurative, architettura, teatro, filologia, storia. …«Le sue dita sono artigli d’aquila», esclama un ammirato Shostakovich. Anche Prokofiev ne è sbalordito.
«Suonare per me è un avvenimento interiore», testimonia la giovane Marija Judina, donna inquieta, inappagata, sempre in ricerca. «Non m’interessano la fama o la tranquillità. Al centro della mia vita c’è la ricerca della verità. Devo inoltrarmi nella mia vocazione, alla ricerca di un’illuminazione che mi sorprenderà»…
Questa sua tormentosa indagine approderà finalmente alla Fede. A vent’anni si fa battezzare nella Chiesa ortodossa: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte». Autorevoli membri di partito rimpiangono questa sua sciagurata decisione: ….«Non rinnegherò la mia fede. – replica – Voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti»… Fortunosamente evita sempre la reclusione.
Neri capelli lisci, occhi che mandano bagliori, lunghi abiti scuri su scarpe scalcagnate. Ai suoi concerti il pubblico non vuole andarsene, nemmeno dopo l’ennesimo bis. Lei entra in scena e recita poesie di autori proibiti, scatenando uragani di applausi. Subito le sue tournée sono cancellate… Numerosi inviti le giungono dall’estero, ma ogni volta è costretta a rifiutare. «Ostenta la sua religione», è l’accusa…
La licenziano dal Conservatorio di Leningrado. Si trasferisce allora a Mosca, … Non teme nulla, nella certezza indistruttibile di un rapporto con un Tu vivo, presente, che la sostiene: «Ho due stelle che mi guidano: la musica e Dio».
Nel 1943 Stalin ascolta alla radio il Concerto K 488 di Mozart eseguito dal vivo dalla Judina. Ne resta così colpito da chiederne immediatamente il disco. Ma il disco non esiste perché si tratta di una diretta, effettuata negli studi della radio di Mosca. … La Judina è convocata d’urgenza, l’orchestra è pronta, …in una notte la registrazione è fatta, il disco confezionato in pochi esemplari e recapitato all’illustre ammiratore.
Stalin è generoso, fa avere alla Judina ventimila rubli, una cifra strepitosa per l’epoca. Con un gesto folle, li rifiuta: «La ringrazio. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado».
Ancora una volta, non le viene torto un capello. Sale spontaneamente alla bocca la parola “miracolo”. Alla morte di Stalin, sul grammofono del dittatore, c’è quel disco della Judina.
«Due stelle mi guidano, come una volta», continuerà a ripetere Marija, «ma ora mi sono accorta che l’ordine è diverso: Dio e la musica». «L’esperienza della musica è uno squarcio che si apre su un altro mondo, su una realtà più grande, sulla realtà: la Grazia di Dio». Sono le ultime parole della Judina. Le legge il suo parroco, padre Vsevold Spiller, durante l’omelia funebre, il 24 novembre 1970.

(Enrico Raggi, La pianista che commosse Stalin, il sussidiario.net 30.03.2009)

Mozart – Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 23 in La Maggiore K. 488 – I. Allegro

Mozart – Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 23 in La Maggiore K. 488 – II. Adagio

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La priorità suprema

marzo 13, 2009

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A quelli che lo hanno criticato sulla questione della revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, Benedetto XVI non le ha certo mandate a dire. Ha risposto alle critiche. Ma, soprattutto, ha fatto un grande richiamato a quell’amore che, nella vita della Chiesa, dovrebbe sempre stare al primo posto.

… Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 – 15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: «Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!». Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore? Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guiderà anche in tempi turbolenti. …
Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.

(Benedetto XVI, dalla “Lettera ai vescovi sulla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani”, L’Osservatore Romano, 13.03.2009)

Rafila Galuţ: la ragazza romena con le stigmate

marzo 10, 2009

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Bocsig è un paesino romeno della circoscrizione di Arad. Siamo sulla sponda del fiume Crişu Alb e tutt’intorno è un susseguirsi dolce di colline con ampi pascoli che si estendono fino ai margini della foresta. Nella chiesa greco-cattolica del paese c’è un quadro che raffigura una ragazza vestita alla maniera contadina, una ragazza del posto nata e vissuta tra quelle colline, una ragazza con una storia straordinaria e quasi del tutto sconosciuta.

Una mattina di novembre di 75 anni fa il parroco greco-cattolico di Bocsig, padre Petru Vancu, invia una lettera alla curia vescovile di Lugoj e si rivolge al suo vescovo con queste parole:

«In questa parrocchia – egli scrive – vive una ragazza, che si chiama Rafila Galuţ, la quale nell’anno 1931 è stata accolta nel monastero delle suore di Blaj. Da lì è stata poi dimessa essendo di salute cagionevole. Sennonché, una volta tornata a casa, la sua anima ha preso ad ardere ancora di più dal desiderio di fare, per quanto le è possibile, la volontà di Dio. Si confessa in ogni festa e domenica, ed anche nei giorni normali. Ora, in questo mese di settembre si è presentata in ufficio parrocchiale, mostrandomi sul suo corpo le piaghe del Signore Gesù: le stigmate. Si poteva osservare il segno di chiodi, alle mani e ai piedi, il segno della lancia nella parte sinistra del torace e delle ferite sopra la fronte nelle quali si vedeva del sangue. Due giorni fa mi ha dichiarato che il 15 novembre prossimo i segni appariranno di nuovo, e che dureranno diversi giorni.
Prego umilmente codesta curia vescovile perché abbia la compiacenza di prendere una decisione su quanto riportato mandando un sacerdote fervente perché indaghi sul caso».

Era il 14 novembre 1933. Rafila Galuţ era nata proprio a Bocsig l’8 febbraio 1910 ed aveva ricevuto il battesimo solo due giorni dopo nella chiesa greco-cattolica di San Giorgio. Fin da piccola il suo desiderio più grande era di diventare un giorno suora…. Ha portato le stigmate dal 1931 al 1939 (anno della sua morte). La cosa è confermata non solo da parroco, padre Petru Vancu, ma anche da diversi sacerdoti e medici incaricati dalla curia della diocesi di Lugoj di investigare sul caso. Le stigmate apparivano e, dopo un certo tempo, scomparivano dal suo corpo e lei, Rafila, a volte conosceva in anticipo e comunicava al sacerdote il giorno in cui l’evento si sarebbe manifestato. La Madonna, che le è apparsa ripetutamente, le comunicava la data precisa in cui le piaghe dovevano riaprirsi. E così accadeva.
È morta giovane Rafila Galuţ, a neanche 30 anni, il 15 aprile 1939. C’era la guerra alle porte e poi sarebbe arrivato il comunismo con la violenta persecuzione della chiesa greco-cattolica. Oggi, a più di 70 anni di distanza, c’è ancora chi va in pellegrinaggio al cimitero di Bocsig a pregare sulla tomba di Rafila, ma forse è giunto il momento di far conoscere la vicenda straordinaria di questa ragazza romena anche al di là dei confini della sua nazione.

Anche in questo caso, come tante altre volte, il Signore ha scelto una persona semplice, umile e povera per farne un segno del Suo amore davanti a tutti.

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Rafila Galuţ (1910 – 1939)

Il ‘piccolo santo’ di Sydney

marzo 2, 2009

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Australia, anno 1850.La corsa all’oro era già cominciata. Migliaia di uomini, provenienti da ogni parte d’Australia, ma anche dall’Europa e dalla Cina, affollavano i ruscelli del New South Wales e del Victoria all’affannosa ricerca delle pepite gialle. Questa febbre non contagiò tutti. Dalla  tolda  di  una  barca  diretta  alle missioni nelle isole oceaniche di Woodlark e Rook, un giovane prete italiano commentava così gli eventi recenti in Australia:  “Qui vicino a noi si trova molto oro e tutti corrono a prenderlo e noi ce ne allontaniamo. Non è roba per noi. Per noi sono le anime. Oh sì, queste sono ben migliori dell’oro. L’acquisto di una di queste è un acquisto ben più grande di tutto l’oro del mondo”.
Il prete italiano si chiamava Angelo Ambrosoli e sarà per tutta la vita missionario in Australia…. A Sydney era conosciuto come il “Piccolo santo” e la sua spiritualità risulta evidente dal brano di una lettera inviata ai parenti nel 1852: 
aambrosoli2“Teniamola .. da conto quest’anima nostra, non ammazziamola col peccato, non trascuriamola viva, ma facciamola crescere con le buone opere di pazienza e di carità. Sì, soffrite con pace le vostre tribolazioni, amate con cuore tutti gli uomini e specialmente quelli che vi recano dispiaceri,  tenetevi sempre in buona armonia con tutti, ma soprattutto la casa deve essere come un santuario di pace e di concordia. Se faremo così, santificheremo le anime nostre, che poi potranno riunirsi tutte in Cielo”.

(Stefano Girala, Il piccolo santo di Sydney ai tempi della corsa all’oro, L’Osservatore Romano, 27.02.2009)

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