Archivio per giugno 2007

Vi sono soltanto due amori

giugno 14, 2007

corpieanime.jpgNell’estate del 1997 abbiamo letto in molti il romanzo di Maxence Van Der Meersch “Corpi e anime”. Una lettura bella, commovente, anche entusiasmante. Si trattava della storia d’amore tra Michel, un giovane medico avviato ad una promettente carriera ed Éveline, una ragazza affetta da tubercolosi. Un amore difficile, impegnativo, ma vero per il quale Michel affronta incomprensioni, rinunciando ai soldi e alle ambizioni di carriera. In compenso….

Agli occhi del mondo, senza dubbio, si è comportato come un insensato. Éveline lo ha condotto nella mediocrità. Ma in quest’ora, camminando attraverso la campagna… Michel sente con una strana lucidità che egli è vissuto secondo la verità, che deve a Éveline la gioia, la sola vera gioia accessibile all’uomo… è radioso destino quello di poter giungere alla verità attraverso l’amore. Di poter giungere anche alla carità. Éveline ha salvato in lui quanto c’è di meglio nell’uomo: il cuore. (…)
Per mezzo di Éveline egli ha imparato ad amare i suoi simili malgrado le loro sconcezze, le loro meschinità, le loro sozzure; per merito di Éveline, la creatura umana, pur attraverso i suoi cenci e le sue volgarità si è rivelata a lui nella sua grandezza, ed egli ha saputo vederla nella sola maniera che non delude mai: come un terreno incolto dove seminare la verità, come un’occasione per prodigarsi, una possibile conquista da operare. E, a Éveline deve la ricompensa che gliene è venuta: un’umile popolarità, il sorriso e il saluto dei bambini di strada che ha guarito dal morbillo, e qualche volta anche … una di quelle emozioni brevi, violente, magnifiche che riscaldano il cuore per tutta la vita.
Tutto questo egli non l’avrebbe provato mai senza Éveline (…) Ella ha conservato, salvato in lui la facoltà di commuoversi, di donarsi, di amare. È stata la sua morale e la sua coscienza. Ha salvato in lui la giovinezza.

Vi sono soltanto due amori: l’amore di se stessi e l’amore per le altre creature viventi. E dietro all’amore di se stessi vi sono la sofferenza e il male. E dietro all’amore per gli altri vi è il bene, vi è Dio. Ogni qualvolta l’uomo ami all’infuori di se stesso, coscientemente o no, egli compie un atto di fede in Dio. Vi sono soltanto due amori: l’amore di se stessi e l’amore di Dio.


(Maxence Van Der Meersch, Corpi e anime, pp. 553. 570)

Il Maestro d’ascia

giugno 7, 2007

Il maestro d’ascia era una professione di spicco dei vecchi cantieri navali, un tempo quando l’abilità nel lavoro più facilmente si sposava con il senso della vita.

Tino ruppe il silenzio con una domanda che a lungo aveva covato in quegli anni: «Perché vi riesce tutto quello che agli altri è così difficile?»
L’anziano maestro d’ascia non rispose subito, chiuse gli occhi e sorrise, come stesse misurando la risposta. Aveva spesso queste pause: ogni qualvolta doveva compiere uno sforzo o eseguire un movimento preciso, si raccoglieva in sé. Anche in quel momento si arrestò, cercò la risposta come stesse misurando un colpo d’ascia: «Vedi Tino, qui c’è ora solo uno scheletro… Se tu per un attimo lo fissi e poi chiudi gli occhi lo puoi contemplare, prova…. Ora stai vedendo la barca completa, vero? Ecco, ora riapri gli occhi e stammi attento: quando io faccio qualcosa guardo così; nel pezzo di legno che lavoro vedo già la barca…. Io guardo le cose non per quello che sono, ma per quello che diventeranno e poi chiedo la forza perché lo diventino. Così le amo anche se mi fanno male, le amo perché le vedo già finite, già a compimento…. Se ti alleni un po’, un giorno vedrai anche tu. Hai già imparato molti dei miei movimenti: ti ho osservato sai, so che li esegui proprio quando li faccio io. Ora devi imparare il movimento più difficile, senza il quale tutti gli altri ti saranno impossibili: il movimento del cuore…»

(Piergiorgio Bighin, Piero delle vele, pp. 137 – 138)

Piero delle vele

giugno 2, 2007

veleterzook2.jpg

Piero delle vele è il titolo di un bel racconto recentemente pubblicato dall’amico Piergiorgio Bighin. E’ la storia di un ragazzo, al suo primo imbarco in un bragozzo, che si fa notare per la sua abilità nell’uso dei colori. Mircea, un anziano pescatore della costa istriana, che ha perso un figlio in mare durante una tempesta, lo chiama a dipingere le vele delle sue barche e Piero si mette al lavoro.. un lavoro che è metafora dell’esistenza… si tratta infatti di riconoscere i segni del destino nella quotidiana avventura della vita.

«Il ragazzo s’era consegnato al suo compito con un’assoluta disponibilità, come se un destino gli si disegnasse quotidianamente e chiedesse di essere riconosciuto, come una traccia del disegno lasciata sulla vela. Lui di segni se ne intendeva, ne aveva tracciati molti su quelle vele, tanto che talora stentava a individuare i definitivi, e doveva ricercali, ricomporli, evidenziarli. Pensava che la vita non era diversa, occorreva riconoscerne le tracce e, una volta riconosciute, perseguirle rinforzandole. Alla mattina occorreva silenzio per percepire i segni leggeri lasciati sulle cose dalla notte: il mistero del giorno si poteva improvvisamente svelare e occorreva tenere cuore e occhi aperti per riconoscerlo.
Così il tempo passava scandito dal progredire del lavoro, anche se talora sembrava che Piero indugiasse per non finire. La fine del lavoro segnava una tappa che Piero non voleva raggiungere
Finito quel lavoro desiderava prendere il mare anche lui. Si sarebbe lasciato andare ai venti del destino, avrebbe cambiato rotta, lasciato terra in cerca di un altro approdo. In lui c’era questa determinazione: finite le vele, le avrebbe seguite nel vento.
vele_2.jpgIn quei giorni di vento si dipingeva più volentieri: era come se le spugnette e i pennelli scivolassero più facilmente, risentissero del tempo, prendessero il volo. Piero aveva l’impressione di doverli quasi trattenere per evitare che facessero tutto loro, impossessandosi della sua mano. Allo stesso tempo gli piaceva questa sensazione di lasciarsi andare a una forza di ispirazione semplice, inscritta nella natura».


(Piergiorgio Bighin, Piero delle vele, pp. 49 – 50)