Archivio per settembre 2011

Fede e Carità

settembre 30, 2011

1967. A Roma si svolge la Prima Assemblea Generale del Sinodo dei vescovi. Nell’omelia, durante la cerimonia inaugurale, Paolo VI parla della fede, della comunione nella Chiesa, della carità …

«La fede, come sappiamo, non è frutto di un’interpretazione arbitraria, o puramente naturalista della Parola di Dio, come non è l’espressione religiosa nascente dall’opinione collettiva, priva di guida autorizzata, di chi si dice credente, né tanto meno l’acquiescenza alle correnti filosofiche o sociologiche del momento storico transeunte. La fede è adesione di tutto il nostro essere spirituale al messaggio meraviglioso e misericordioso della salvezza a noi comunicato per le vie luminose e segrete della Rivelazione; essa non è solo ricerca, ma innanzitutto certezza; e più che frutto delle nostre indagini è dono misterioso che vuole docili e disponibili, per il grande dialogo di Dio che parla, le nostre anime attente e fiduciose. …
Questo ci ricorda che la Chiesa è una comunione, una società fondata sulla fede e sulla carità. Abbiamo detto della fede. Che cosa diremo della carità?
Diremo … che la carità – l’Amore, ch’è da Dio, e che si diffonde nei cuori dei credenti e li abilita ad amare come Cristo li ha amati – è principio costitutivo e vitale della santa Chiesa, che non il sangue, non il territorio, non la cultura, non la politica, non l’interesse compagina interiormente, ma l’amore. E aggiungeremo una domanda: può questo amore aumentare nella Chiesa di Dio? Rispondiamo subito …: sì, può aumentare; deve aumentare. La Chiesa ha bisogno di amarsi interiormente, di amarsi di più; diciamo: coloro che la compongono, e tanto più coloro che la rappresentano e la guidano, devono sentirsi oggi maggiormente uniti fra di loro da quell’imponderabile ma formidabile vincolo che è l’amore, insegnato, comandato ed elargito da Cristo».

(Paolo VI, Omelia al Sinodo dei vescovi, 29/09/1967)

L’Io e gli «altri»

settembre 13, 2011

Mi hanno colpito queste righe di Pavel Florenshij tratte da una lettera che il grande pensatore russo indirizzava alla moglie, dalla prigionia delle Solovki nel dicembre 1936 …

Cara Annulja,
(…) tu scrivi: «Quanto è strano, e direi penoso, vedere come i nostri sentimenti vengono vissuti dagli altri e doversene stare in disparte». Questo pensiero è giusto se si riferisce ad «altri». Ma per la coscienza umana suprema gli «altri» (cioè qualcuno che sta fuori di me, che mi si oppone) non esistono proprio, perché l’Io si estende a tutto l’essere e trova se stesso in ciascuno. (…)
I figli, anche volendo, non potrei percepirli dall’esterno. Ecco perché, quando mi chiedono «ha molti figli?», oppure «quanti figli ha?», non so cosa rispondere: infatti, «molti» e «quanti» si riferiscono a ciò che è omogeneo, ad unità che stanno una fuori dall’altra e all’esterno di colui che conta. Mentre i figli li percepisco a tal punto dal didentro, ognuno come qualitativamente diverso dall’altro, che non posso contarli e non posso dire se siano pochi o tanti. Quanto e molto sorgono là dove le unità sono sostituibili (in questo sta la loro omogeneità). Invece ognuno dei figli è insostituibile e unico, e perciò essi non sono né tanti né pochi, non si possono contare. (…)

(Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi, pp.350-351)

Giovanni Mazzucconi: “Egli vuole essere con me sempre”

settembre 7, 2011

I suoi genitori erano benestanti: padroni di filanda, e stimati per la generosità. Hanno dodici figli, di cui tre preti e quattro suore. Giovanni, il nono, è sacerdote nel 1850 e subito entra nel Seminario per le missioni estere (attuale Pime) appena fondato. Con lui gli aspiranti missionari sono sei, e incominciano una preparazione appassionata, ma incompleta per il luogo in cui vengono mandati: l’Oceania.
Nel marzo 1852 s’imbarcano da Londra per l’Australia cinque preti: Paolo Reina, Carlo Solerio, Timoleone Raimondi, Angelo Ambrosoli e Giovanni Mazzucconi, con i catechisti Luigi Tacchini e Giuseppe Corti.
Dall’Australia arrivano poi “sul campo” nell’ottobre, divisi in due gruppi sulle isolette Rook e Woodlark, presso la Nuova Guinea. Ricevono le consegne dai missionari Maristi, che si ritirano sfiancati. Mazzucconi, con don Reina, don Ambrosoli e Corti, si stabilisce a Rook. Ma eccoli presto malati: e il loro aspetto sofferente rende ancora più ostili gli isolani. Mazzucconi scopre poi che “i padri e le madri uccidono più della metà dei loro figli” appena nati. Va male tutto. Ma lui accetta la situazione, s’impegna a capire, pensa a dissodare, fronteggia difficoltà e pericoli. Poi è colto da febbri tremende e deve andare e curarsi in Australia. Guarisce, si reimbarca, e dopo quattro mesi riappare a Woodlark sulla goletta Gazelle. Qui apprende che il catechista Corti è morto, e che tutti i missionari hanno dovuto riparare in Australia, senza poter comunicare con lui. Eccolo dunque solo, con gli uomini della Gazelle. Ed è il primo a morire: un notabile dell’isola, salito sulla nave in apparenza per salutarlo, lo abbatte con un colpo di scure in testa. Seguono strage e saccheggio. I corpi finiscono in mare. Dopo mesi una spedizione dall’Australia arriva nell’isoletta, raccoglie testimonianze del crimine. Sui luoghi delle sue opere e del suo supplizio, 125 anni dopo, è tornato un suo confratello del Pime, nostro contemporaneo, che ha scritto di lui: “Non è un personaggio da sistemare in una nicchia… È un giovane moderno e attuale, nella sensibilità e mentalità che aveva, nel cammino che ha fatto, nella vocazione missionaria che ha realizzato” (Piero Gheddo). Giovanni Paolo II ha beatificato Giovanni Mazzucconi nel 1984.

“Domani mi metterò a bordo e sabato, dopodomani, sarò già in alto mare alla volta di Woodlark. Quest’anno, quando mi trovavo in mare per venire a Sidney, il mercoledì della settimana santa, ci sorprese un uragano che ci ruppe le vele, le corde e la metà superiore di un albero; poi ci spinse ad errare per il mare senza direzione e con poca speranza, per quattro giorni, finché il sole di Pasqua risplendette come una cosa nuova sopra di noi, e noi eravamo veramente come risuscitati.
Ebbene quel Dio che mi salvò allora, sarà con me anche in questo viaggio, e se io non l’abbandono, Egli vuole essere con me sempre, e finché Egli è con me tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia, una benedizione di cui lo dovrò ringraziare. Se nel pericolo Egli vorrà ritirarsi, o farà mostra di dormire sulla punta della nave io, come gli Apostoli, andrò a svegliarlo e a fargli vedere il mio pericolo. Che se poi non volesse ascoltare, gli dirò: Signore comanda che io venga a te, e la mia anima camminerà sulle acque, andrà ai suoi piedi e sarà contenta per sempre.
Non so cosa Egli mi prepari di nuovo nel viaggio che incomincia domani; so una cosa sola, se Egli è buono e mi ama immensamente, tutto il resto: la calma e la tempesta, il pericolo e la sicurezza, la vita e la morte, non sono che espressioni mutevoli e momentanee del caro Amore immutabile, eterno. Sì, miei cari, abbiamo un altro paese, un’altra patria, un regno dove ci dobbiamo ritrovare tutti, dove non vi saranno più separazioni né partenze, dove i dolori ed i pericoli passati non serviranno che ad aumentare la consolazione la gloria.”

(Beato Giovanni Mazzucconi, P.I.M.E, Missionario in Papua Nuova Guinea dove fu martirizzato nel 1855, dalla sua lettera prima dell’ultimo viaggio. http://www.vatican.va).