Archivio per aprile 2007

“Uno mi basterebbe”

aprile 30, 2007

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Chiunque scrive o pubblica qualcosa, credo, si chieda ad un certo punto: “Sarà utile a qualcuno?”. Me lo sono chiesto anch’io costruendo questo blog… Se lo è chiesto, a suo tempo, anche Charles Moeller nella prefazione al suo libro “Saggezza greca e paradosso cristiano”…

“Io mi domando che cosa spinga gli uomini a pubblicare nuovi libri, a innalzare di un gradino la gigantesca tomba delle loro speranze deluse, a posare una nuova pietra per quelle cattedrali della stupidità che sono le nostre biblioteche.
La nostra epoca, del resto, non ha bisogno di libri. Ne ha troppi. Non legge o legge male, perché trova i libri lunghi e difficili. Le occorrono degli “slogan” grossolani, che la dispensino dal pensare. Perché non vuole pensare e non vuole essere libera…..
Vi sono, senza dubbio, i libri eterni, che bisogna salvare. Immortali, ma soltanto se rivivono nelle nostre anime……
Se l’uomo non può tutto, può almeno qualche cosa. Questo pochino gli si chiede di compierlo il meglio possibile. Il cristiano… non può incrociare le braccia….
Se qualcuno dei miei lettori trovasse, qua o là, (nel mio libro) qualche minuto di fervore, se qualche giovane studente vi ritrovasse almeno l’ombra della sua condizione di battezzato, se qualche incredulo, infine, si sentisse colpito, scosso, dinanzi alla bellezza del Cristo delle Beatitudini, la mia fatica sarebbe ripagata. Uno mi basterebbe. Uno solo. Poiché un uomo solo è tutto un mondo: il mondo della grazia e della natura, che vuol vivere e risplendere in lui.”

(Charles Moeller, Saggezza greca e paradosso cristiano, p. 11)

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Una lettera di Benedetta

aprile 26, 2007

benedettabianchiporro.jpgBenedetta Bianchi Porro nasce nel 1936 a Dovadola, piccolo paese in provincia di Forlì, e muore a Sirmione nel 1964, a ventisette anni, consumata da una terribile malattia.
Innamorata della vita è umanamente tanto ricca da legare a sè schiere di amici. Lotta caparbiamente contro il proprio male cercando di realizzare il suo sogno: diventare medico.
A diciassette anni si iscrive alla facoltà di Medicina a Milano, ma sarà costretta ad arrendersi dopo aver sostenuto l’ultimo esame del corso.
E’ un calvario indicibile il suo, in cui, con il progredire della malattia, si alternano momenti di sconforto e straordinari slanci di entusiasmo di fronte ai doni dell’amicizia, alle bellezze del creato, alla percezione sempre più intensa della vicinanza di Dio.
Muore il 23 gennaio 1964 mentre una rosa bianca fiorisce fuori stagione nel giardino della casa. Benedetta aveva tante volte ripetuto: „Per coloro che credono tutto è segno!
Ecco una sua lettera.


Sirmione, 1 giugno 1963
Cara Maria Grazia,

ti sono molto grata dei libri, e di piu’, per la lettera in cui mi hai interpretato il Vangelo con tanta luce: grazie. Sono stata felice per un attimo, perche’ lungo la giornata temo sempre l’abbandono del Padre.
Eppure e’ così bello ricordare quando gli Apostoli ebbero timore e non avevano riconosciuto Gesu’ che camminava sulle acque: “Di che temete? Sono Io!”. Appunto: “Sono Io”. Tu mi aiuti, Maria Grazia, e mi succede ogni tanto di voler dalla mamma farmi rileggere la tua lettera. E sogno. Mi pare di essere ritornata piccina piccina seduta al primo banco di scuola, al mio posto, attenta, bevendomi tutto quello che la mia prima maestra, suor Alberta, mi dettava….. E ora, nel mio buio, cerco di ricordarmi la chiave di tutti quei tesori che ci dava. Mi diceva che le parole del Vangelo erano grandi, preziose per tutti, e che lì c’e’ tutto l’insegnamento della vita! Diceva che la vita e’ …. un piccolo ponte traballante e pericoloso per chi salta sfrenatamente, ma è sicuramente felice se riusciamo ad aspettare con amore le prove e le bufere della vita. Diceva che il tempo scorre velocemente.
E’ qui che mi fermo, perche’ molte volte mi sembra invece eternamente lungo. E non e’ vero, Maria Grazia, queste sono tentazioni: ecco perche’ non amo piu’ rimanere sola con me stessa.
Sono brutte le tenebre, eppure io so di non essere sola: nel mio silenzio, nel mio deserto, mentre cammino, Lui e’ qui: mi sorride, mi precede; mi incoraggia a portare a Lui qualche piccola briciola d’amore.
….. Ora ti ringrazio ancora; ciao, buon lavoro, vieni presto.

Benedetta

Il significato del mondo

aprile 24, 2007

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La scena, descritta da Bruce Marshall, si svolge durante la prima guerra mondiale in un ospedale da campo vicino alle trincee. Protaginisti sono due cappellani militari.

Entrò a grandi passi il cappellano, con gli scarponi quadrati che gli sbucavano di sotto la tonaca corta. A volte rivolgeva la parola al reverendo Gaston con gentilezza, a volte invece gli passava davanti a naso ritto. Quella mattina era di umore comunicativo, tanto da chiedergli un consiglio. Disse che da tempo era turbato dalla esiguità del conforto spirituale che era in grado di recare ai moribondi e che perciò era sua intenzione di prendere qualche ostia consacrata dalla chiesa vicina per poter dare il viatico a chi lo desiderava. Chiedeva a Gaston se secondo lui questo sarebbe stato un esporre il Santissimo Sacramento al pericolo d’irriverenza da parte dei miscredenti e dei peccatori. Gaston rispose senza esitare. «Il Signore, disse, non aveva calcato un terreno speciale e non aveva frequentato dei peccatori da vetrata di chiesa, ma di quelli veri, sudati e puzzolenti. Il signiticato del mondo, disse Gaston, era questo: che il Signore era venuto tra i peccatori e che continuava a farlo».
Il cappellano lo ringrazio della risposta e se ne andò a grandi passi verso la chiesa.

(Bruce Marshall, A ogni uomo un soldo, p.32)

Far vincere l’Amore

aprile 23, 2007

arcivescovo3_ombrajpg.jpgAncora un frammento dagli esercizi spirituali che Karol Woityła tenne ai giovani universitari di Cracovia nel 1962.
«Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate l’un l’altro». (Gv 13.34).
Questo comandamento ha il suo significato, sempre, dovunque, in ogni dimensione.
Ebbene, miei cari fratelli e sorelle, miei cari giovani, guardate alla vita! Esaminate voi stessi! Ed ispirate profondamente, nelle vostre giovani anime, il comandamento dell’amore, nel suo valore totale, con tutto il suo significato creativo.
Molte debolezze infatti, molte circostanze fanno sì che esso sia distrutto nelle vostre anime e nella vita sociale.
Il nostro compito invece, il compito dei cristiani che vivono su questa terra è, prima di tutto, far vincere l’amore. (…)
Cristo disse: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, …»(Mt 25,35). Egli stesso si identifica con ogni uomo. Egli è Colui che viene ricevuto. Egli è Colui che desidera e che può far sprigionare l’amore in ogni uomo.

(Karol Wojtyła, Esercizi Spirituali per i Giovani, p. 120)

“Seguimi”

aprile 18, 2007

cardinale1.jpgCracovia, 1962. Karol Wojtyła predica gli esercizi spirituali ai giovani universitari. Parla di Dio, della persona umana, del peccato, del cristianesimo come religione della scelta. In un incontro con i ragazzi, il futuro Giovanni Paolo II affronta i temi della coscienza, della responsabilità, della grazia e conclude con le parole che seguono e che ognuno di noi, credo, potrebbe sentire rivolte a sé.

«Miei cari, a ciascun uomo Cristo dice: “Seguimi”. A ciascun giovane dice “Seguimi”. A ciascuno di noi, qui, dice: “Seguimi”. E seguirlo consiste nell’andare dietro a Lui. Seguirlo con la mente, seguirlo con la volontà, seguirlo con tutto il nostro io. Forse pensate che ciò significa non seguire se stessi. Non seguire se stessi…. Esattamente. E’ molto importante per noi, perché ciascuno di noi desidera anzitutto seguire se stesso.
Miei cari, anche questo però significa seguire se stessi. Cristo non ci strappa da noi stessi. Cristo non annulla ciascuno di noi. Non ci svaluta. Cristo ci arricchisce se solo desideriamo veramente assumere insieme a Lui la responsabilità, per quello che è il problema comune di tutti gli uomini: “Andate in tutto il mondo, fate discepole tutte le nazioni”. Problema comune di tutti gli uomini: il Regno di Dio. Per questo ciascun uomo che cerca il Regno di Dio, trova se stesso. Amen.»

(Karol Wojtyła, Esercizi Spirituali per i Giovani, p. 75)

You Raise Me Up

aprile 17, 2007

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«Quando sono proprio giù e, povera anima mia, sono così stanco
Quando vengono le disgrazie e la mia anima è appesantita
Allora sono di nuovo qui e aspetto in silenzio
Fino a quando vieni e rimani un po’ con me.

Tu mi sollevi e così posso stare sulle montagne
Tu mi sollevi e posso attraversare mari in tempesta
Mi sento forte, quando mi appoggio su di Te
Tu mi sollevi… più di quello che io da solo potrei».


Ci sono canzoni d’amore piuttosto banali e ce ne sono altre che sono poesia o assomigliano a una preghiera. A questa categoria mi pare appartenga la bella “You raise me up” di Josh Groban.
Che sono felice se Qualcuno mi solleva in alto.. che sono forte quando mi appoggio su di Lui… Non c’è qualcosa del genere anche nei salmi?
Comunque, se vi fa piacere, potete ascoltare o scaricare la canzone cliccando sotto.

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Josh Groban – You Raise Me Up.mp3

length: 04:47

Dicono che è risorto

aprile 12, 2007

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Al termine della sua carriera universitaria, il professor Jacques Perret (studioso parigino) decise di applicare la sua esperienza di storico “scientifico”, la sua conoscenza vastissima dell’antichità, la sua pratica di interpretazione dei testi d’epoca classica all’esame dei racconti evangelici della resurrezione e sulle apparizioni del Risorto, dalla Pasqua all’Ascensione. Ne uscì un libretto pubblicato nel 1984… meno di cento pagine, ma densissime di notizie e di riflessioni sorprendenti…

Dopo aver applicato ai versetti evangelici .. non degli apriorismi da credente, … bensì categorie e criteri oggettivi, da aggiornata scienza storica, quelle pagine giungono alla testuale conclusione: «Quando si rifiuta di credere alla risurrezione di Gesù, non è per motivi storici. La storia, per quanto ne è capace, non solo non contraddice, ma porta a giudicare come più probabile tra tutte l’ipotesi che gli evangelisti riferiscano con sostanziale verità ciò che è davvero successo».

Per Perret… i metodi storici più moderni non possono – ovviamente – dare la fede, che è dono di Dio solo, ma possono portare a un punto in cui lo studioso è come costretto a riconoscere una realtà oggettiva: .. l’accettare la verità della Risurrezione non è che il logico esito di un ragionamento ben più coerente di quello che neghi credibilità a quanto riferisce il Nuovo Testamento.

(Vittorio Messori, Dicono che è risorto, p. 207)