Archivio per ottobre 2010

In ginocchio davanti al dolore

ottobre 15, 2010

Mi è capitato in questi ultimi giorni di ripensare ad una scena descritta da Dostoevskij ne ‘I fratelli Karamazov’. Siamo nella prima parte del romanzo. Alëša, il più giovane dei figli di Fëdor Pavlovič vorrebbe farsi monaco. Egli si trova, nella scena in questione, con il padre e i fratelli Ivan e Dmitrij a colloquio con l’anziano e malato starec Zosima. Alla scena assistono anche alcuni monaci. Tra il padre e il figlio Dmitrij vi è un violento scontro verbale. Si offendono. Il figlio dice parole che suonano come minaccia per il padre. C’è confusione, si levano proteste …

“È intollerabile!, è intollerabile!” si sentiva dire da ogni parte della cella. Ma tutta questa scena, che era arrivata ad un punto indecente, finì nella maniera più inattesa. A un tratto si alzò in piedi lo starec. Alëša, che era quasi rintontito dalla pena provata per lui e per tutti, fece, però, in tempo a sostenerlo per un braccio. Lo starec avanzò in direzione di Dmitrij Fëdorovič e, quando gli fu proprio vicino, si lasciò cadere in ginocchio davanti a lui. Alëša pensava quasi che fosse caduto per la spossatezza, ma non era così. Una volta inginocchiato lo starec si prosternò ai piedi di Dmitrij Fëdorovič con un inchino profondo, accurato e consapevole, e toccò perfino la terra con la fronte.
Alëša rimase così sbalordito che non pensò nemmeno a sostenerlo quando si rialzò. Un pallido sorriso sfiorava appena le labbra dello starec. “Perdonatemi, perdonatemi tutti”, disse e si inchinava da tutte le parti per salutare i suoi ospiti.
Dmitrij Fëdorovič per qualche istante rimase come impietrito: inginocchiarsi davanti a lui, che significava? Alla fine gettò un grido: “Oh Dio!”, e si precipitò fuori dalla stanza coprendosi il viso con le mani. (…)
Alëša riaccompagnò il suo starec nella cameretta e lo fece sedere sul letto … Aveva anche voglia di chiedergli che cosa significasse quel profondo inchino a suo fratello Dmitrij, ma gli mancò il coraggio. Sapeva che lo starec stesso glielo avrebbe spiegato senza domandarglielo, se ciò fosse stato possibile. (La cosa si verificò puntualmente il giorno dopo. ndr.)
“Alëša caro” – continuò poi lo starec – “sei stato dai tuoi e hai visto tuo fratello? … Cerca di trovarlo il più presto possibile … lascia tutto e va’… Ieri mi sono inginocchiato davanti al suo grande dolore, perché lo attende un grande dolore”.

(Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, pp. 102.105.381)

Don Giussani e “la nota della tristezza”

ottobre 14, 2010

«La tristezza è una nota inevitabile e significativa della vita, perché nella vita, in ogni suo momento tu hai la percezione di qualcosa che ancora ti manca; la tristezza è un’assenza sofferta.
Che cosa rende buona la tristezza? Riconoscerla come strumento significativo del disegno di Dio. Il disegno di Dio implica questo: che la vita sia sempre, in qualsiasi caso … soggetta alla percezione di qualcosa che manca. Ed è provvidenziale questo … Che la vita sia triste è l’argomento più affascinante per farci capire che il nostro destino è qualcosa di più grande, è il mistero più grande. E quando questo mistero ci viene incontro diventando un uomo, allora questo fascino diventa cento volte più grande. Non ti toglie la tristezza, perché il modo con cui Dio diventa uomo è tale che l’hai senza averlo, l’hai già e non l’hai ancora. … Non lo vediamo – io non vedo Lui come vedo te – , so che Lui è qui perché ci sei tu, perché ci siamo noi …
La tristezza è la condizione che Dio ha collocato nel cuore dell’esistenza umana, perché l’uomo non si illuda mai tranquillamente che quello che ha gli può bastare.
La tristezza è parte integrante, non della natura del destino dell’uomo, ma dell’esistenza dell’uomo, cioè del cammino al destino, ed è presente ad ogni passo. Quanto più questo passo è bello per te, quanto più è incantevole per te, quanto più è tuo, tanto più capisci che ti manca quello che più aspetti».

(Luigi Giussani, Si può vivere così?, p. 338)

“Un’infanzia nuova”

ottobre 12, 2010

«Stavamo tornando dalla montagna. Io guidavo, a fianco sedeva mio papà. Dietro c’erano tre bambini: Benedetta, che ha terminato la terza elementare, Nicola, che ha fatto la prima e Martino, che va ancora all’asilo. Ad un certo punto i loro discorsi cadono sul tema del paradiso. “Il paradiso é in cielo”, diceva Martino. Benedetta però faceva dei distinguo e completava il quadro teologico: “In cielo c’è in realtà un’altra terra, più bella della nostra. Lì saremo tutti più felici, non solo perché Gesù sarà con noi”, questo le sembrava ovvio, “ma anche perché potremo tenere con noi dei gatti e dei cani, quanti ne vogliamo”. Insomma avremo e godremo tutto quello che la mamma ci vieta su questa terra, ma che sarebbe bello avere anche adesso, se si potesse. Poi il discorso è sfumato in un elenco di animali che potremo tenere con noi in paradiso. Quando sono arrivati ai maiali ridevano già a crepapelle. …
I bambini si immergono nel mondo della preghiera in modo altrettanto naturale che nel mondo delle favole, come dimostra il dialogo sul paradiso che ho riferito. E sanno fare la differenza. Basta che qualcuno abbia la carità di raccontare i fatti e di presentare i personaggi di un mondo che non si vede, ma che è reale e concreto. “Caro Dio Padre», scriveva Antonietta Meo, Nennolina, la bambina santa morta a Roma a sette anni nel 1937, “di’ a Gesù che io sono molto contenta di riceverlo e spero che sarà contento anche Lui”. …
Esiste un mondo invisibile. Debbiamo riappropriarci di questa fondamentale evidenza. Senza l’invisibile, il visibile non si spiega. Il nostro mondo ha le sue radici e i suoi fondamenti nell’invisibile. …
Entrare nel silenzio e nella preghiera significa recuperare un’infanzia dello spirito che crede concretamente nell’esistenza di un mondo che fonda il nostro mondo, un’infanzia nuova nella maturità, che vive la comunicazione con la presenza amorosa e personale di quel “Dio invisibile” (Col 1,15) di cui parla san Paolo nella Lettera ai Colossesi».

( Paolo Sottopietra, Il senso di Martino per l’invisibile, Fraternità e Missione, ott.2010, p.4)