Archivio per novembre 2009

Donne cattoliche contro Hitler

novembre 18, 2009

Qual è «la vera storia dei rapporti tra la Chiesa e il nazismo»? Luciano Garibaldi, giornalista e storico fa ordine nella spinosa materia con «O la croce o la svastica» (Lindau, pp. 200, euro 16,50). Uno dei capitoli raccoglie testimonianze della resistenza antinazista di alcune donne cattoliche. Da Margarethe Sommer, la berlinese che informava i vescovi sulla Shoah, a madre Matylda Getter, che nascose 2500 bambini ebrei di Varsavia: l’«altra metà» della lotta antinazista cattolica.

Nella storia delle iniziative cattoliche per attenuare le conseguenze della persecuzione antiebraica giganteggiano alcune figure femminili: donne che, per servire la loro profonda fede in Cristo, sfidarono la morte pur di contrastare la follia antisemita del regime nazista.
La figura probabilmente più luminosa resta Margarethe Sommer, berlinese, che iniziò, poco più che trentenne, la sua battaglia come sostenitrice del canonico Bernhard Lichtenberg, parroco di Santa Edvige, la più importante chiesa cattolica della capitale tedesca. Già a metà degli anni ’30 monsignor Lichtenberg aveva dato vita allo Hilfswerk beim Ordinariat Berlin («Opera di soccorso presso la Diocesi di Berlino»), con il preciso scopo di fornire assistenza ai ben 190 mila ebrei (40 mila dei quali convertiti al cattolicesimo) residenti in città. Il vescovo di Berlino Konrad von Preysing, che non farà mai mistero della sua avversione al nazismo, affidò alla Sommer la direzione della Hilfswerk . Da quel momento, la Sommer si prodigò per mettere in salvo – con visti per l’emigrazione o ricoveri in case tenute da religiosi – migliaia di ebrei sia osservanti (più del 50%), sia convertiti al cattolicesimo o al protestantesimo.
Margarethe aveva iniziato la sua attività a Santa Edvige cercando di proteggere i «cittadini non produttivi » (dementi, affetti da malattie inguaribili, vittime dell’Alzheimer) dai medici assassini dell’Ispettorato per la Salute, il famigerato T4.
Nel febbraio 1942 sarà lei a fornire ai vescovi tedeschi un rapporto completo sul massacro di Kovno, avvenuto nell’estate del 1941, il primo sterminio di massa degli ebrei. In quella località polacca furono assassinati più di 18 mila ebrei, tra cui cinquemila bambini.
Quando, nell’ottobre di quello stesso 1942, ventimila ebrei di Vienna e di Berlino vennero deportati nel ghetto di Lódz, fu ancora Margarethe Sommer a ricostruire la sorte che era stata riservata a quegli sventurati. Questi rapporti spinsero le autorità ecclesiastiche della Germania ad attivarsi per nascondere o aiutare a fuggire il maggior numero possibile di famiglie ebraiche. Vi fu anche un tentativo del vescovo Von Preysing di presentare al governo una petizione in favore degli ebrei, firmata da tutti i vescovi tedeschi. La redazione del testo fu affidata alla Sommer, che stese un documento esemplare, colmo di sdegno per le condizioni disumane nelle quali i perseguitati erano costretti a vivere in attesa della morte. (vedi ARTICOLO INTERO)

(Luciano Garibaldi, Donne cattoliche contro Hitler, Avvenire 17.11.2009)

“Un dono d’amore”

novembre 14, 2009

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Durante la recente visita pastorale a Brescia, Benedetto XVI ha citato queste righe scritte da Paolo VI nel suo ‘Pensiero alla morte’ nel 1979. In esse traspare il grande amore di papa Montini per la ‘sua’ Chiesa.

«Prego il Signore che mi dia la grazia di fare della mia prossima morte un dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare.

Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo.

Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma piú e meglio con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi. …

O uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell’effusione dello Spirito Santo, ch’io, ministro, dovevo a voi partecipare. Cosí vi guardo, cosí vi saluto, cosí vi benedico. Tutti.

E voi, a me piú vicini, piú cordialmente. La pace sia con voi.

E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo.

Amen. Il Signore viene. Amen».

(Paolo VI, Pensiero alla morte, 1979)

RU-486: la Pillola di Erode

novembre 2, 2009

ru 486

«Il dibattito di questi giorni sulla re-introduzione della RU-486 in Italia, la pillola per l’aborto farmacologico da prendere entro il 49esimo giorno dall’ultima mestruazione, mi ha riportato alla mente – scrive Giorgio Gibertini – un significativo esempio della gente di strada accadutomi nel lontano 1991».

« Ero un ragazzotto allora che osservava allibito alla prima guerra del Golfo, quella di Desert Storm, quella delle bombe intelligenti. Ricordo che nel “chiacchiericcio” del bar su questo argomento intervenne un caro amico del mio paese, idraulico, che disse riferendosi alle tanto sponsorizzate bombe: “Saranno pure intelligenti ma uccidono sempre le persone”. Sintesi perfetta della seppur mistificata verità. Credo che l’esempio possa essere riportato pure per la questione della Ru486. In un dibattito televisivo con Silvio Viale (promotore della re-introduzione della pillola) e Daniele Capezzone, qualche anno fa, alla fine il conduttore mi chiese: allora Gibertini, meglio l’aborto tradizionale o quello farmacologico? Meglio nessun aborto, risposi ma non penso di essere stato un genio, ho tratto solamente le logiche conseguenze: due modi diversi di sopprimere la vita. Se vi chiedessi se per la già citata guerra in Irak sia meglio usare il gas nervino o le bombe intelligenti voi potreste fare una scelta? Diciamolo chiaro e con forza. La Ru486 non è una medicina. Non cura alcuna malattia. Non aiuta la vita, la stronca sul nascere. La Ru486 non è amichevole nei confronti delle donne. Non realizza in alcun modo un aborto indolore, posto che sia possibile realizzarlo. È al contrario un sistema abortivo altamente controverso anche dal punto di vista della sua sicurezza ed efficienza clinica. Più importante ancora, la pillola abortiva tende a deresponsabilizzare il sistema medico, e a ridurlo a dispensario di veleni, e lascia sole le donne, inducendole a una sofferenza fisica e psichica prolungata e domestica, molto simile alle vecchie procedure dell’aborto clandestino. Per queste ragioni etiche siamo contrari alla pillola Ru486 e alla sua introduzione in Italia, anche perché la sua utilizzazione è incompatibile con le norme della legge 194/1978. E pensiamo che occorra fare di tutto, ciascuno nelle forme pertinenti il proprio ruolo, per impedirla. Jerome Lejeune, noto genetista scopritore della sindrome di Down, definì la Ru486 come un “pesticida umano”. La dottoressa Catherine Lennon, presidente di Doctors for Life dello stato del New South Wales, ha definito la RU-486 un “pesticida umano altamente tossico”, osservando che esso provoca gravi malformazioni fisiche nei bambini che sopravvivono ai suoi effetti e che può causare gravi danni fisici e psicologici alle donne che si trovano da sole a casa a dover partorire un bambino di 6 o 12 settimane di età. Siamo per la vita, siamo per le donne, siamo per la natura ma soprattutto per la verità».

(Giorgio Gibertini, La pillola di Erode, su: ‘Don Orione oggi’ 10/2009, p. 6)