Archivio per aprile 2010

La vita per un amico

aprile 22, 2010

Ebreo emigrato in America in seguito alla persecuzione nazista, Fred Uhlman raccoglie nel libro “L’amico ritrovato” i ricordi della scuola frequentata in Germania e dell’amicizia con un compagno di classe che aveva poi abbracciato l’ideologia di Hitler. Si tratta di un “amico ritrovato” perché, dopo molti anni, l’autore viene a conoscenza del fatto che quel compagno, aveva infine ripudiato il nazismo e pagato con la vita la sua rivolta contro Hitler.
Nelle righe che seguono Uhlman parla in modo interessante dell’esigenza, tipica della giovinezza, di un ideale totalizzante al quale legare con generosità e dedizione la propria vita.

«Non ricordo esattamente quando decisi che Konradin avrebbe dovuto diventare mio amico, ma non ebbi dubbi sul fatto che, prima o poi, lo sarebbe diventato. Fino al giorno del suo arrivo io non avevo avuto amici. Nella mia classe non c’era nessuno che potesse rispondere all’idea romantica che avevo dell’amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita.
I miei compagni mi sembravano tutti, chi piú chi meno, piuttosto goffi, degli svevi sani, insignificanti, privi di immaginazione. Nemmeno gli appartenenti al “Caviale” facevano eccezione. Erano ragazzi simpatici e io andavo abbastanza d’accordo con tutti. Ma cosí come non ero animato da particolari simpatie nei confronti di nessuno, nemmeno loro sembravano attratti da me. Non andavo mai a casa loro né loro venivano mai a trovare me. Un altro motivo della mia freddezza, forse, era che avevano tutti una mentalità estremamente pratica e sapevano già cosa avrebbero fatto nella vita, chi l’avvocato, chi l’ufficiale, chi l’insegnante, chi il pastore, chi il banchiere. Io, invece, non avevo alcuna idea di ciò che sarei diventato, solo sogni vaghi e delle aspirazioni ancora piú fumose. Volevo viaggiare, questo era certo, e un giorno sarei stato un grande poeta. Ho esitato un po’ prima di scrivere che “avrei dato volentieri la vita per un amico,” ma anche ora, a trent’anni di distanza, sono convinto che non si trattasse di un’esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia. Cosí come davo per scontato che fosse dulce et decorum pro Germania mori, non avevo dubbi sul fatto che morire pro amico sarebbe stato lo stesso.
I giovani tra i sedicî e i diciotto anni uniscono in sé un’innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze piú preziose della vita».

(Fred Uhlman, L’amico ritrovato, pp. 44-45)

Annunci

Stepinac: “La via più rapida verso Gesù”

aprile 20, 2010

Febbraio 1952. Jugoslavia comunista. Dopo anni di carcere duro che gli hanno minato in modo irreparabile la salute, l’arcivescovo di Zagabria, mons. Alojzije Stepinac si trova relegato al confino, sotto stretta sorveglianza, nella casa parrocchiale di Krašić. Da quel luogo riesce ad inviare un numero sorprendente di lettere attraverso le quali continua ad infondere coraggio, speranza, consolazione al popolo cristiano provato dalla persecuzione e dalla mancanza di libertà. Ecco il frammento di una lettera inviata ad un gruppo di suore.

«Non vi spaventi la tempesta che infuria sulla barca della Chiesa di Dio. Verrà il momento in cui il Signore si alzerà e comanderà: “Taci, calmati!”, come aveva fatto una volta sul lago di Genezaret quando, secondo gli apostoli, sembrava tutto perduto. Davanti al buon Dio nulla è perduto, tranne colui che persevera nel male con ostinazione.
Dunque… alzate le mani verso Dio! Pregate con assiduità e perseveranza, soffrite e lavorate, perché tutto divenga partecipe di quella promessa di cui leggiamo nel libro dell’Apocalisse: “Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita”. E io credo che avrete l’occasione di sperimentare anche in questa vita che cosa significhi essere fedeli a Dio e perseverare nella prova!
In tale spirito apostolico operate intorno a voi, per quanto vi è possibile. In particolare, quando ne avete l’occasione, spronate le anime alla devozione verso la Madre di Dio. Oh, se il rosario si recitasse assiduamente e con devozione in tutte le famiglie… cesserebbero presto tutte le tribolazioni che tormentano oggi molte famiglie. Non esiste una via più rapida verso Gesù, verso Dio che quella attraverso Maria, e andare a Dio vuol dire andare alla fonte della felicità.
Pregate… che il rosario penetri in ogni famiglia… e avrete l’occasione di vedere i miracoli che tale preghiera compie nel mondo».

(A. Stepinac, Lettere dal martirio quotidiano, pp. 47-48)

Vivere è comunicare

aprile 18, 2010

Vivere è comunicare se stessi, ciò che di più prezioso abbiamo ricevuto. Cosa vuol dire comunicare? Parto da una esperienza. Quando vado a trovare mia madre, che ormai non capisce più le parole che le dico, come io non capisco più quelle che lei dice, sperimento che comunicare è soprattutto essere lì, davanti a lei, accanto a lei. Esserci con tutto me stesso…
Il cuore della comunicazione è il silenzio. Essa non è innanzitutto un insieme di parole, né un insieme di azioni. Essa è la strada che io cerco per raggiungere l’altro. La comunicazione dunque non è altro che una forma espressiva della carità. Nasce dalla carità di Dio che ci parla, che muove la nostra vita e diventa espressione della nostra carità per gli uomini… Se la comunicazione muove dalla carità, ed è la sua espressione, a poco a poco la carità diventa in noi una sapienza, che ci fa usare certe parole piuttosto che altre, certi toni piuttosto che altri, che ci fa parlare e tacere. Che ci fa capire quando è più necessario il gesto della parola… Le suore di Madre Teresa non parlano molto, ma parlano attraverso ciò che fanno.
Ci sono momenti in cui è inevitabile o addirittura benefico usare parole che feriscono. La ferita può diventare il pertugio attraverso cui Cristo penetra e genera una nuova verità nella vita. Ma non possiamo ridurre la comunicazione a parole. Anche uno sguardo, un abbraccio, un pezzo di strada percorso insieme, possono diventare parole. Soprattutto è parola la vita che viviamo insieme, perché originata da Dio. Essa è addirittura la parola più importante che abbiamo da dire….
Per comunicare non abbiamo bisogno di parole speciali, di frasi importanti. Bastano le parole di cui disponiamo. Il nostro linguaggio si approfondirà e arricchirà nel tempo…
Infine, soprattutto dobbiamo imparare ad ascoltare e a guardare. A ricevere. Dobbiamo essere riempiti per poter donare… La comunicazione di ciò che abbiamo visto e udito, di Colui che è al principio e si è manifestato, diventa la strada della comunicazione…
Comunicare è un estremo bisogno, una necessità sia per l’uomo naturale che per l’uomo salvato. Comunicare, infatti, significa rispondere a Dio attraverso altri uomini. Più avverto su di me la misericordia, più svanisce in me la paura di comunicare. Quando prendo coscienza del fatto che Dio mi ama, rispondo a Lui parlando e comunicando agli uomini.

( M. Camisasca, Vivere è comunicare, Fraternità e Missione 04.2010)

Pasqua 2010

aprile 4, 2010

Gesù Cristo, il Risorto,
Colui che è la Vita stessa

“Questa è la vita vera, che conoscano te – Dio – e il tuo Inviato, Gesù Cristo”. … Ci viene detto che vita è conoscenza. … vita è relazione. ..
Solo la relazione con Colui, che è Egli stesso la Vita, può sostenere anche la mia vita al di là delle acque della morte, può condurmi vivo attraverso di esse. Già nella filosofia greca esisteva l’idea che l’uomo può trovare una vita eterna se si attacca a ciò che è indistruttibile – alla verità che è eterna. Dovrebbe, per così dire, riempirsi di verità per portare in sé la sostanza dell’eternità. Ma solo se la verità è Persona, essa può portarmi attraverso la notte della morte. Noi ci aggrappiamo a Dio – a Gesù Cristo, il Risorto. E siamo così portati da Colui che è la Vita stessa. In questa relazione noi viviamo anche attraversando la morte, perché non ci abbandona Colui che è la Vita stessa. Ma ritorniamo alla parola di Gesù:  Questa è la vita eterna:  che conoscano te e il tuo Inviato. La conoscenza di Dio diventa vita eterna. … Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare.
La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita. Così la parola di Gesù diventa un invito per noi:  diventiamo amici di Gesù, cerchiamo di conoscerLo sempre di più! Viviamo in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita retta, diventiamo suoi testimoni! Allora diventiamo persone che amano e allora agiamo in modo giusto. Allora viviamo veramente.

(Benedetto XVI, Omelia del giovedì santo 1 aprile 2010)

G.B. Pergolesi: il giovane dello ‘Stabat Mater’

aprile 1, 2010

Per comprendere fino in fondo la portata di quest’opera (lo ‘Stabat Mater’ di Pergolesi) occorre innanzitutto ricordare che essa è espressione di una cultura di popolo e dell’esperienza personale del musicista. Una sola regola guidò la sua mano: che le parole, portatrici di esperienza, potessero emergere con assoluta libertà e il canto servisse unicamente a ridar loro la vita originale.

Gianbattista Pergolesi morì di tubercolosi a soli 26 anni, nel 1736. Commovente è la cronaca dei suoi ultimi giorni di vita:
«Essendosi portato a visitarlo Francesco di Feo, rinomato maestro di musica che lo amava teneramente, e veduto che egli giacendo a letto si occupava a terminare la composizione dello Stabat Mater, fortemente lo rimproverò, dicendogli che le sue condizioni di salute meritavano ben altri riguardi. Ma il povero giovane rispose che non voleva morire prima di finir I’opera che gli era già stata pagata ducati dieci: – E forse, aggiunse, non varrà dieci baiocchi. Tornò dopo qualche settimana il Feo e lo ritrovò peggiorato a segno che a stento dalle moribonde labbra di lui potrà intendere che lo Stabat era stato terminato e inviato al suo destino. Pochi giorni dopo, nel dì 16 marzo 1736, il Pergolesi rendeva l’ultimo sospiro».
‘Finis’, ‘Deo gratias’: le ultime parole scritte di suo pugno sulla partitura mettono un sigillo non solo sul capolavoro, ma anche sulla breve esistenza di Pergolesi che, nell’Amen finale dello ‘Stabat Mater’ innalza, dal suo stato rattrappito dalla malattia, il più fulgido ringraziamento al Mistero che salva attraverso il dolore:
«Vuole la tradizione che negli ultimi supremi istanti Pergolesi fu visto contemplare un’effigie che era rimpetto al letto, e rimirandola ansiosamente col petto ansante, piangesse: era l’effigie della Madonna Addolorata che l’autore dello Stabat chiamava la sua celeste musa».