Archivio per maggio 2009

Le circostanze della vita

maggio 30, 2009

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«Per noi le circostanze non sono neutre,
non sono cose che capitano senza alcun senso;
non sono cose soltanto da sopportare,
da subire stoicamente.
Attraverso queste circostanze il Mistero vuole educarci
alla consapevolezza di noi stessi,
alla nostra verità,
ci ridesta alla coscienza (di quello) per cui siamo fatti,
non ci lascia andare verso il niente senza preoccuparsi di noi,
per una passione per la nostra vita che è
il segno più potente della tenerezza di Dio per noi.
Per chi ha ricevuto l’annuncio cristiano
– ” il Mistero si è incarnato in un uomo “-
ogni circostanza è l’occasione in cui ciascuno
mostra la sua posizione davanti a questo annuncio, a questo fatto.
Dal modo con cui noi affrontiamo le circostanze che ci sfidano,
noi affermiamo qual’ è la nostra appartenenza,
noi diciamo a noi stessi qual è la nostra cultura,
che cosa e chi amiamo di più e (cosa) abbiamo di più caro.
E’ davanti alle vere sfide del vivere che si pone in evidenza
la consistenza di una posizione culturale,
la sua capacità di reggere davanti a tutto,
anche davanti al terremoto».

«DALLA FEDE IL METODO»
Julian Carròn. Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione. Rimini 2009

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La pretesa di Gesù

maggio 21, 2009

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Gesù è entrato nel mondo con una pretesa inedita: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,5). O, in altri termini: “Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio non ha la vita” (1Gv 5,12). Questa pretesa di avere un’importanza assoluta per la vita pone l’uomo davanti alla decisione suprema. Tutta la vita di Gesù è marcata dalla reazione ad una tale pretesa. È un segno di contraddizione. Colui che lo riconosce diventa suo discepolo. Colui che lo respinge diventa un suo avversario. Questo dramma ha portato Gesù sulla croce.
Il dramma non è finito con Gesù. Esso è ancora qui, sempre presente, attraverso i suoi. Esso viene rinnovato nella Chiesa. “Un servo non è più grande del suo padrone” (Gv 15,20), li avvertì Gesù ed è per questo che “vi scacceranno dalle sinagoghe, anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” (Gv 16,2) ….
Davanti all’ostilità del mondo, i discepoli di Gesù saranno esposti allo scandalo, sentiranno la tentazione di disertare, proveranno il dubbio, lo scoraggiamento. Ed è in questo preciso momento che lo Spirito di verità interverrà: darà testimonianza di Gesù nel cuore dei suoi discepoli, li confermerà nella fede e li inviterà a rimanere fedeli nella prova. In questo modo anch’essi “renderanno testimonianza” di Gesù.

( http://www.laChiesa.it, Commento alla liturgia di lunedì 18.05.2009)

Padri

maggio 18, 2009

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Gesù è venuto sulla terra soprattutto per rivelarci il volto del Padre celeste: l’Amore infinito che ci ha creati e la Misericordia senza limiti che ci ha redenti.
Tutte le sue parole, i suoi gesti, da sua stessa persona tendevano a questo: dal suo modo di essere Figlio – totalmente Figlio – noi dovevamo imparare a conoscere il Padre celeste e ad affidarci a Lui. “Chi vede me – diceva Gesù – vede il Padre mio, perché io sono nel Padre e il Padre e in me!”. Per questo egli Lo chiamava con l’espressione più tenera e familiare con cui i bambini ebrei, nei primi anni di vita, chiamavano i loro papà ( “Abbà!” ), e così ci insegnò a chiamarlo nella preghiera.
Da allora in poi, in ogni famiglia cristiana, si vide ( o si dovrebbe vivere ) qualcosa di questo mistero. Ogni papà dovrebbe condurre il suo bambino fino a consegnarlo nelle mani sicure del Padre che nei cieli. Ciò però avviene solo se, “mentre il bambino guarda il suo papà terreno, costui guarda il suo Padre celeste”. Bisogna procedere per così dire, “di sguardo in sguardo”. … Questo è il segreto di ogni vera paternità.

( Antonio Maria Sicari, Una Santa Famiglia, pp. 38-39)

“L’abbiamo offerta al Signore”

maggio 15, 2009

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Zelia Guérin e Luigi Martin erano i genitori di Teresa di Lisieux, santa Teresa del Bambin Gesù. La Chiesa ha riconosciuto la santità di questi genitori e li ha proclamati beati. Eppure la vita non è stata facile per loro. Hanno incontrato problemi e sofferenze. Hanno avuto nove figli e quattro di essi sono morti in tenera età. Erano, però, convinti che i figli si mettono al mondo e si allevano ‘per il Cielo’ e anche il dolore più grande riuscivano ad affrontarlo con lo sguardo della fede. Così nelle lettere di Zelia troviamo le tracce di una grande sofferenza, ma anche quelle di una grande tenerezza e della certezza che tutto, alla fine, è per il bene, per un destino buono. Nel febbraio del 1870 muore la piccola Elena a soli 5 anni. Zelia racconta…

“Ciò che mi affligge di più e quello di cui non mi posso consolare è di non aver meglio compreso il suo stato… Ho fatto venire il medico. Mi ha detto che non trovava alcuna malattia dichiarata e che non vedeva la necessità di tornare, a meno di un aggravamento… Domenica sera la colse l’oppressione e subito mandai a cercare il dottore. Non c’era e non è venuto che lunedì mattina. Mi ha detto che la bambina aveva una febbre catarrale con un polmone congestionato, che era in gravissimo pericolo e che bisognava darle soltanto brodo… Dopo che se ne fu andato, io la guardavo con tristezza, i suoi occhi erano appannati, non c’era più vita e mi sono messa a piangere. Allora lei mi è circondato con le sue braccine e mi ha consolato del suo meglio; per tutta la giornata non faceva che dire: ‘La mia povera mamma che ha pianto!’. Ho passato la notte presso di lei, notte pessima. Al mattino le abbiamo domandato se voleva prendere il suo brodo: ha detto sì, ma non poteva inghiottire. Tuttavia ha fatto uno sforzo supremo dicendomi: ‘Se lo mangio, mi vorrai più bene?’. Allora lo ha preso, ma ha sofferto terribilmente e non sapeva che fare. Guardava una bottiglietta di pozione che il medico le aveva ordinato e voleva berla, dicendo che quando l’avesse bevuta tutta sarebbe guarita. Poi verso le 9.45, mi ha detto: ‘Sì, presto guarirò, si, subito…’ Nello stesso momento mentre la sostenevo, la sua testolina mi è caduta sulla spalla, i suoi occhi si sono chiusi e, cinque minuti dopo, non viveva più… Questo mi ha fatto un’impressione che non dimenticherò mai; non mi aspettavo quella brusca fine e nemmeno mio marito. Quando è arrivato e ha veduto la sua povera figlioletta morta si è messo singhiozzare esclamando: ‘Mia piccola Elena, mia piccola Elena!’. Poi insieme l’abbiamo offerta al Signore ”
( Lettera del 24 febbraio 1870 )
“Da quando ho perduto quella bambina provo un ardente desiderio di rivederla… Non c’è un minuto al giorno in cui non pensi a lei “.
( Lettera del 27 marzo 1870 ).
Sì, è ben duro, tuttavia, mio caro, non mormorare. Dio è il padrone, per il nostro bene può lasciarci soffrire tanto, e anche di più, ma il suo aiuto e la sua grazia non ci mancheranno mai… ”
( Lettera del 17 ottobre 1871 ).
Alla cognata, che aveva perso anche lei un bambino, partecipava dolcemente la sua ripetuta dolorosa esperienza: “Che il buon Dio le accordi la rassegnazione alla sua santa volontà. Il suo caro piccolo bimbo è presso di Lui, la vede, la ama, e (lei) lo ritroverà un giorno. È una grande consolazione che io ho provata e che provo ancora. Quando chiudevo gli occhi dei miei cari figlioletti e li seppellivo, provavo molto dolore, ma è sempre stato un dolore rassegnato. Non mi lamentavo dei dolori e degli affanni che avevo sopportato per loro. Molti mi dicevano: sarebbe stato meglio non averli mai avuti. Non potevo sopportare questo linguaggio. Non credo che i dolori degli affanni possano essere messi sulla bilancia con la felicità eterna dei miei bambini. Poi, essi non sono perduti per sempre, la vita è breve e piena di miserie, si ritroveranno lassù “.
( Lettera del 17 ottobre 1871 )

( Antonio Maria Sicari, Una Santa Famiglia, pp. 19-20)