Archivio per marzo 2007

Piu’ famiglia

marzo 30, 2007

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Ciò che è bene per la famiglia è bene per il Paese

La famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale. Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa. La famiglia ha meritato e tuttora esige tutela giuridica pubblica, proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e forma alla responsabilità sociale. Non a caso i più importanti documenti sui diritti umani qualificano la famiglia come “nucleo fondamentale della società e dello Stato”.

Anche in Italia la famiglia risente della crisi dell’Occidente – diminuzione dei matrimoni e declino demografico – e le sue difficoltà incidono sul benessere della società, ma allo stesso tempo essa resta la principale risorsa per il futuro e verso di essa si rivolge il legittimo desiderio di felicità dei più giovani. Nel loro disagio leggiamo una forte nostalgia di famiglia. Senza un legame stabile di un padre e di una madre, senza un’esperienza di rapporti fraterni, crescono le difficoltà di elaborare un’identità personale e maturare un progetto di vita aperto alla solidarietà e all’attenzione verso i più deboli e gli anziani. Aiutiamo i giovani a fare famiglia.

A partire da queste premesse antropologiche, siamo certi che la difesa della famiglia fondata sul matrimonio sia compito primario per la politica e per i legislatori, come previsto dagli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione. Chiediamo al Parlamento di attivare – da subito – un progetto organico e incisivo di politiche sociali in favore della famiglia: per rispetto dei principi costituzionali, per prevenire e contrastare dinamiche di disgregazione sociale, per porre la convivenza civile sotto il segno del bene comune.

L’emergere di nuovi bisogni merita di essere attentamente considerato, ma auspichiamo che il legislatore non confonda le istanze delle persone conviventi con le esigenze specifiche della famiglia fondata sul matrimonio e dei suoi membri. Le esperienze di convivenza, che si collocano in un sistema di assoluta libertà già garantito dalla legislazione vigente, hanno un profilo essenzialmente privato e non necessitano di un riconoscimento pubblico che porterebbe inevitabilmente a istituzionalizzare diversi e inaccettabili modelli di famiglia, in aperto contrasto con il dettato costituzionale. Poiché ogni legge ha anche una funzione pedagogica, crea costume e mentalità, siamo convinti che siano sufficienti la libertà contrattuale ed eventuali interventi sul codice civile per dare una risposta esauriente alle domande poste dalle convivenze non matrimoniali.

Come cittadini di questo Paese avvertiamo il dovere irrinunciabile di spenderci per la tutela e la promozione della famiglia, che costituisce un bene umano fondamentale.

Come cattolici confermiamo la volontà di essere al servizio del Paese, impegnandoci sempre più, sul piano culturale e formativo, in favore della famiglia.

Come cittadini e come cattolici affermiamo che ciò che è bene per la famiglia è bene per il Paese. Perciò la difenderemo con le modalità più opportune da ogni tentativo di indebolirla sul piano sociale, culturale o legislativo. E chiederemo politiche sociali audaci e impegnative.

Il nostro è un grande sì alla famiglia che, siamo certi, incontra la ragione e il cuore degli italiani.

Roma, 19 marzo 2007

Hanno sottoscritto il Manifesto:

Giovanni Giacobbe, Luigi Alici, Andrea Oliviero, Chico Arguello, Edio Costantini,Anna Maria Pastorino, Franco Mungerli, Sergio Marini, Giancarlo Cesana,Mario Marazziti, Alberto Friso, Carlo Costalli, Gianfranco Gabelli, Carlo Casini, Paola Bignardi, Salvatore Martinez, Solideo Saracco, Francesco D’Agostino, Vincenzo Saraceni, Antonio Diella.

Video su Don Giussani

marzo 29, 2007

Don Giussani e la Bellezza

Nel nome del Padre

Un ricordo di don Giussani

Sofri ringrazia don Giussani

Da Gerusalemme a Roma

marzo 22, 2007

Gerusalemme

Con la Pentecoste, (At 2), il 6 giugno dell’anno 30 d.C., ha inizio il cammino vero e proprio della Chiesa. (…) Quale fu la forza che spinse sempre più al largo la comunità cristiana? Quale fu il centro propulsore che in pochi decenni la porterà a percorrere tutte le arterie principali dell’impero romano e a piantarsi profondamente nelle più grandi città?  Molti certo sono stati i fattori. Non dobbiamo comunque mai dimenticare che le condizioni sociali e politiche non hanno mai creato dei movimenti: al più permettono loro di svilupparsi con più facilità e celerità. Un movimento per nascere ed espandersi deve avere un cuore e un’anima.
Quali erano il cuore e l’anima del movimento cristiano?
Era certamente la persona di Gesù: il ricordo della sua breve attività pubblica, della sua predicazione e la fede in lui, Signore morto e risorto, presente nella sua comunità con lo Spirito Santo e l’Eucaristia.
Vi erano i portatori del messaggio di Gesù, Messia, Figlio di Dio e Salvatore escatologico: il gruppo dei «Dodici», tra cui emergono presto Pietro, Giacomo e Giovanni; un apostolo del tutto particolare sarà Paolo qualche tempo dopo…
I cristiani, fin dall’inizio, si costituirono in «comunità»… con un responsabile ed un gruppo di «anziani» (presbiteri), che lo aiutavano…
Dobbiamo presupporre un grande entusiasmo ed una grande passione missionaria in queste comunità; per cui molti cristiani, anche comuni, diventarono ben presto potenziali e reali portatori del messaggio, cioè missionari….. da Gerusalemme a Roma, passando per Antiochia.

(Giuseppe Segalla, Panorama storico del Nuovo Testamento, pp. 129-130)

Sahak e Barabba

marzo 22, 2007

Una pagina che mi è particolarmente piaciuta nel romanzo “Barabba” di P. Lagerkvist. A Sahak, uno schiavo cristiano, sentire la testimonianza diretta su Gesù da parte di Barabba, fa vedere la realtà attorno trasfigurata. Tutto gli appare diverso!

barabba3.jpgGli schiavi venivano incatenati a due a due e ogni coppia lavorava sempre così, fianco a fianco, nei pozzi. Nessuno era mai separato dal suo compagno di prigionia e questi schiavi gemelli finivano, così, con l’avere tutto in comune e giungevano a conoscersi in tutto ed ad odiarsi talora ferocemente.
Ma questi due (Sahak e Barabba) pareva che andassero d’accordo e che financo sapessero aiutarsi a sopportare la loro dannazione. Vegetavano insieme e conversavano e così, un poco, si distraevano durante il loro duro lavoro. Barabba, s’intende, non era certo molto comunicativo ed era quasi sempre l’altro che parlava; ma stava ad ascoltarlo volentieri. Di se stessi, al principio, non dissero nulla: si sarebbe detto che nessuno di loro ne avesse il desiderio; tutti e due sembravano avere i loro segreti che non volevano rivelare e trascorse così molto tempo prima che ciascuno sapesse veramente qualche cosa dell’altro.
Fu quasi per caso che, un giorno, venne fuori che Barabba era ebreo e nato in una città che si chiamava Gerusalemme. Sahak parve, in modo singolare, interessarsi di questo e incominciò a fare domande or su questo or su quello. E sembrava conoscere assai bene quella città, sebbene non ci fosse mai stato. Da ultimo domandò se Barabba avesse conosciuto un Rabbi che là aveva vissuto e operato, un grande profeta nel quale molti credevano. Barabba capì chi era quello cui l’altro accennava e rispose che ne aveva inteso parlare.
Sahak avrebbe desiderato saperne di più, ma Barabba rispose, evasivamente, che non ne sapeva un gran che.Ma lo aveva visto qualche volta? Sì… lo aveva ben visto. Sahak doveva dare grande importanza al fatto che Barabba lo avesse veduto, perché, dopo un poco, domandò un’altra volta se quel che aveva detto era proprio vero.  E Barabba rispose di nuovo, ma senza molto entusiasmo, che lo aveva veduto.  Sahak lasciò cadere il suo piccone. Restò come trasognato, commosso per questo. Gli parve che tutto cambiasse intorno a lui! Non riusciva a capire. Tutta la galleria della miniera era come trasfigurata e nulla più aveva l’aspetto di prima: egli era incatenato ad uno che aveva visto Dio

(P. Lagerkvist, Barabba,  pp. 105-107)

Il Vescovo e la piccola suora

marzo 22, 2007

bakita.jpg«Noi abbiamo trovato, anzi siamo stati trovati dall’amore del Signore e quanto più ci lasciamo toccare da questo suo amore nella vita sacramentale, nella vita di preghiera, nella vita del lavoro, del tempo libero, tanto più possiamo capire che sì, abbiamo trovato la vera perla, tutto il resto non conta, ….. Io sono ricco, sono realmente ricco e in alto se sto in questo amore. Occorre trovare qui il centro della vita,la ricchezza. Poi lasciamoci guidare, lasciamo alla Provvidenza di decidere che cosa farà con noi.

Mi viene qui in mente una piccola storia di Santa Bakhita, questa bella Santa africana, che era schiava in Sudan, poi in Italia ha trovato la fede, si è fatta suora e quando era già anziana il vescovo faceva visita al suo monastero, nella sua casa religiosa e non la conosceva; vide questa piccola, già curva, suora africana e disse a Bakhita: “Ma che cosa fa Lei, sorella?”; la Bakhita rispose: “Io faccio La stessa cosa che Lei, Eccellenza”. Il vescovo stupito chiese: “Ma che cosa?” e Bakhita rispose: “Ma Eccellenza, noi due vogliamo fare la stessa cosa, fare la volontà di Dio”.
Mi sembra una risposta bellissima, il Vescovo e la piccola suora, che quasi non poteva più lavorare, facevano, in posizioni diverse, la stessa cosa, cercavano di fare la volontà di Dio e così erano al posto giusto.»

(Dal dialogo di Benedetto XVI con i chierici del Seminario Romano del 17 febbraio 2007)

Il carro di letame e la salvezza del mondo

marzo 22, 2007

E’ possibile, per ognuno di noi partecipare alla salvezza del mondo? Sergio Massalongo, il priore del monastero della Cascinazza, da una risposta positiva e dice che non si richiedono grandi cose, ma, semplicemente, l’amore di Gesù in quello che facciamo.

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Quando la grazia di Dio fa vivere con nettezza un momento di fede, noi sperimentiamo una libertà del cuore in ciò che facciamo. Ricordo un fatto che mi è capitato circa venticinque anni fa, quando il nostro monastero aveva ancora le mucche e io sono stato impiegato i primi sei-sette anni di monastero a lavorare nella stalla. Un giorno stavo caricando il letame sul carro, quando all’improvviso si presenta alla porta della stalla William Congdon, un pittore americano che ha vissuto nel nostro monastero per diciotto anni, il quale, guardando la scena, mi dice: «Grazie, Sergio, perché in questo tuo gesto di tirare su il letame stai salvando il mondo». Io sono rimasto un attimo folgorato per questa sua espressione, ma poi dentro di me ho incominciato a gridare: «È vero! Sono libero! Posso fare anche questo lavoro con letizia perchè sono amato da Gesù, perciò non mi manca nulla, anche questo istante, questo gesto è dentro l’amore di Dio». Non solo, ma dire di sì a Cristo, addirittura in un gesto come questo, coopera alla salvezza del mondo, in quanto permette a Cristo di prendere possesso della realtà attraverso la mia offerta, e non mi interessa che ci siano delle persone che vedano, perché il valore del gesto non dipende dal fatto che sia visto, il valore del gesto è se è per me. Anzi, quanto più non sono visto, tanto più è come se il segreto, il Mistero, diventasse sempre più grande in me.

(Sergio Massalongo, Nulla anteporre all’amore di Cristo,
pp. 46-47)

Il continente delle devastazioni

marzo 22, 2007

jpii2.jpg “Nel XX secolo molto è stato fatto affinché il mondo cessasse di credere e respingesse Cristo. Verso la fine del secolo, ed insieme del millennio, le forze distruttive si sono indebolite, lasciando tuttavia dietro di sé una grande devastazione. Si tratta di una devastazione delle coscienze, con conseguenze rovinose nell’ambito della morale, sia personale che familiare, così come in quello dell’etica sociale. (….)

L’Europa a cavallo tra i due millenni si potrebbe, purtroppo, qualificare come il continente delle devastazioni.  I programmi politici, orientati prima di tutto allo sviluppo economico, non basteranno da soli a sanare simili piaghe. Possono anzi persino approfondirle. Qui si dischiude per la Chiesa un enorme campo di lavoro.”

(Giovanni Paolo II,  Memoria e identità, p. 147)