Archivio per gennaio 2009

Liliana: la bambina che non volle uccidere

gennaio 28, 2009

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Nel racconto, – divenuto un libro – ‘Sopravvissuta ad Auschwitz’, (scritto con Emanuela Zuccalà, edizioni Paoline 2005) Liliana Segre rivive molti aspetti di quella drammatica esperienza. …fino alla liberazione….

Sopravvissuta a diverse selezioni, nel gennaio 1945 Liliana fa parte di quel corteo di fantasmi che i nazisti hanno fatto camminare di notte, di lager in lager, – la marcia della morte – nel patetico tentativo di nasconderli agli occhi del mondo… Liberata nel circondario di Ravensbrück il 1° maggio, quattro mesi dopo torna a Milano. Ma nulla sarà facile nemmeno qui: è durissima, dopo l’infezione, la convalescenza del corpo e dell’anima…
Colpisce davvero il modo pacato con cui Liliana riesce a parlare di argomenti così tremendi. Colpisce l’assenza di odio, l’amore per la vita, … la sua capacità di cogliere segni di speranza, bagliori di vita, anche nei luoghi in cui la morte si fa più assurda e selvaggia…
«Scelsi una piccola stella nel cielo, e mi identificai con lei. Io non ero ad Auschwitz: mi ero fusa con quella stellina e pensavo: io sono quella stellina. Finché brillerà nel cielo io non morirò, e finché resterò viva, lei continuerà a brillare».
Ma il momento in cui questa ragazzina attua davvero la sua resistenza al male è quando sceglie di non essere una bestia, ma una persona umana. È il momento in cui Liliana decide di dare un senso a quel numero 75.190 che le è stato tatuato, e che mai si cancellerà perché ormai è parte di lei.
«Il comandante dell’ultimo campo, crudele assassino, camminava vicino a me (…), si spogliò, rimase in mutande, si rivestì da civile. Tornava a casa dai suoi bambini e da sua moglie. Certamente non si accorgeva della mia presenza perché io ero ancora uno Stück, un pezzo. Quando buttò la pistola ai miei piedi, con tutto l’odio che avevo dentro di me e la violenza subita che mi invadeva il corpo, io pensai per un istante: ‘Adesso mi chino, prendo la pistola e, in questa confusione assoluta, lo ammazzo’. Mi ero nutrita a lungo solo di malvagità e di vendetta. Pensai che sparargli fosse l’azione giusta, nel momento giusto; il giusto finale di quella storia di cui ero stata protagonista e testimone. Ma fu un attimo. Un attimo importantissimo, definitivo nella mia vita, che mi fece capire (…) come, nella debolezza estrema che mi vinceva, la mia etica e l’amore che avevo ricevuto da bambina mi impedivano di diventare uguale a quell’uomo. Non avrei mai potuto raccogliere la pistola e sparare al comandante di Malchow. Io avevo sempre scelto la vita. Quando si fa questa scelta non si può togliere la vita a nessuno, e da allora fui libera».

(Giulia Galeotti, La bambina che non volle uccidere il comandante di Auschwitz, L’Osservatore Romano, 27 gennaio 2009)

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L’invito di don Bosco: “Vieni e vedrai”

gennaio 26, 2009

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Nel messaggio
che il Rettor Maggiore dei salesiani, Don Pascual Chávez, ha rivolto ai giovani l’anno scorso in occasione della festa di don Bosco, si poteva leggere questa esortazione:
«Aprite i vostri occhi, cari giovani! Guardate quanti ragazzi e ragazze, adolescenti e giovani nel vostro quartiere, nella vostra città, nella scuola o nelle fabbriche, cercano una migliore qualità di vita, lottano per essere accettati senza paura, per avere una opportunità di lavoro, per ottenere un posto nella scuola. Guardateli con il cuore di Don Bosco e aprite loro il vostro cuore…..».
Per capire come ‘guardava’ il cuore di don Bosco può essere utile anche la lettura della breve testimonianza che segue….

La freschezza di Don Bosco nell’invitare i giovani aveva qualcosa di straordinario.
Don Garigliano, compagno di Don Bosco alle scuole di Chieri, ricordando con grande tenerezza quella sua antica amicizia, narrò a Don Carlo Maria Viglietti il seguente episodio:
«Accompagnavo un giorno Don Bosco per Torino, quando, giunti dinanzi alla chiesa della Trinità in via Doragrossa, ci imbattemmo in un giovanotto malvestito e arrogante nell’aspetto.
Don Bosco lo salutò amorevolmente, lo fermò e: – Chi sei tu? Gli disse.
Chi sono io? E lei che cosa vuole da me? Chi è lei? Rispose il giovane.
Io, vedi, – rispose Don Bosco – sono un prete… e voglio bene ai giovani… e li raduno alla domenica in un bel luogo presso la Dora vicino al Rifugio e poi do loro delle cose buone, li diverto… Io sono Don Bosco. Ma adesso che ti ho detto chi sono avrei diritto di sapere chi sei tu…
– Io sono un povero giovane disoccupato, senza padre senza madre e cerco di impiegarmi…
– Ebbene, guarda; io ti voglio aiutare… E come ti chiami?
– Io mi chiamo…
E disse il suo nome.
– Bene, ascolta: domenica ti aspetto con i miei figli… Vieni, ti divertirai; poi io ti cercherò padrone… ti farò stare allegro…
Il giovane fissò per qualche istante gli occhi di Don Bosco e gli disse bruscamente: – Non è vero!
Don bosco trasse allora di tasca un pezzo da 10 soldi, lo pose nelle mani del giovane e: – Sì… sì… È vero; vieni e vedrai.
Il giovane guardò commosso la moneta e rispose:
– Don Bosco… Verrò… Se domenica manco, mi chiami: bugiardo.
E andò e continuò assiduo a frequentare l’Oratorio, e credo che divenne uno dei sacerdoti della loro congregazione, perché venendo delle volte a trovare Don Bosco lo incontrai nell’oratorio vestito da chierico».

(Pier Luigi Cameroni, don Bosco, un cuore che vede, pp.30-31)

Il sabotaggio della speranza

gennaio 20, 2009

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È apparso, la settimana scorsa, su L’Osservatore Romano, un lungo articolo di John Waters, nel quale l’autore, parlando della sua conversione e del suo itinerario di scrittore e giornalista, raccontava i sogni e le delusioni della generazione del Sessantotto. La nostra cultura ha sabotato la speranza – è la conclusione di John Waters – perché ha reso astratta e senza contatto con il reale la figura di Cristo…

«La mentalità diffusa rende impossibile abbracciare Cristo senza apparire, anche a se stessi, come qualcuno che si è arreso al sentimento e alla paura. … Da bambino ho ricevuto quella che immaginavo fosse una relazione profonda con Cristo. Crescendo nell’Irlanda degli anni Sessanta ero un bambino pio e devoto. Amavo Gesù oppure pensavo di amarlo. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Sarebbe stato impossibile non amare quell’essere perfetto, quel bel Gesù che era morto per salvarmi. Tuttavia, sulla soglia dell’età adulta, sedotto dalle libertà del mondo, gli ho voltato le spalle. Questo allontanamento è stato accompagnato da una grande carica emotiva, per lo più rabbia per gli abusi percepiti nella gestione del cristianesimo nella mia cultura, sebbene provassi anche altre emozioni. Ora mi colpisce che nemmeno una volta ho rivolto la mia rabbia alla persona di Gesù, nemmeno una volta gli ho rivolto un pensiero negativo, nemmeno una volta ho pensato di doverlo biasimare per qualcosa. È interessante perché non credo di essere l’unico.
Stranamente, sebbene le nostre culture abbiano voltato le spalle a Gesù, non l’hanno mai veramente rifiutato. Nonostante le numerose accuse contro la fede, la religione, la Chiesa e la Bibbia, nella nostra cultura nulla suggerisce che Gesù non sia stato un essere eccezionale. Questo è bizzarro e interessante.
È come se, sebbene l’impulso alla libertà ci abbia chiesto di allontanarci da Lui, l’avessimo fatto con una certa riluttanza, un certo rimpianto…. Ci vergogniamo di aver rifiutato Gesù, ma il nostro desiderio di libertà non sembrava offrirci alternativa perché Gesù era diventato inestricabilmente collegato alla precedente cultura di oppressione e negazione…..
Il nome stesso di Gesù è stato contaminato da pregiudizi e timori. … Non viene completamente rifiutato, ma collocato in un limbo culturale, una figura alla quale associamo amore, consolazione e misericordia, ma nulla di concreto che abbia a che fare con il presente.»

(John Waters, Il sabotaggio della speranza, L’Osservatore Romano – 12-13 gennaio 2009)

Articolo intero

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La scoperta del regalo più bello

gennaio 10, 2009

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C’è stato un istante, mentre compravo gli ultimi regali di Natale in un negozio affollato – e fremevo per la coda alla cassa, e perché era tardi, e mi dicevo che certo intanto avevo preso anche una multa per la sosta vietata – c’è stato un istante in cui però mi sono bloccata a considerare gli orecchini a forma di campanella, detti “acchiappafate”, che stavo per regalare alla bambina. Mi sono fermata, in mezzo al casino della vigilia, a guardare quei due campanellini dorati con una strana e stupita tenerezza. Non per gli orecchini, ma per lei, al pensiero di come avrebbe sorriso nel vederli, e sarebbe corsa a metterseli davanti allo specchio, e sarebbe tornata tintinnando con i suoi acchiappafate. Lì in coda alla cassa improvvisamente ho smesso di rimuginare sul caos, sui vigili, sulla fretta e sono stata grata di avere tre figli, e una ancora bambina, e allegra come una farfalla, e di potere farle dei regali, che lei avrebbe aperto ansiosa e ridente….
Ma gli orecchini in mano dicevano: lei c’è, gli altri due e tuo marito ci sono, sono a casa, ti aspettano. Allora è stato come un fiotto di gratitudine: grazie di avermeli dati, e di ogni singolo minuto con loro. Io non avrei saputo, di quei tre, fabbricare un capello; e me li sono ritrovati in braccio affamati, strillanti, perfetti. Dal nulla, mi sono stati dati tre figli….
C’era, in un libro di Luigi Giussani di qualche anno fa, un passaggio all’apparenza semplice come una formula matematica. «Gratitudine, gratuità, letizia», diceva quella frase di ‘Il tempo e il Tempio’. Gratitudine, cioè riconoscimento di ciò che si ha, come un principio che può trasformarsi in gratuità di sguardo, e poi in letizia. Avevo letto e riletto quel passaggio, senza riuscire a capire davvero… Gratitudine, gratuità, letizia: pareva così semplice, ma non funzionava.
Il fatto è, credo, che riconoscere, vedere, non è uno sforzo di volontà, ma un dono (un dono da domandare anche per tutta la vita). Ma sarà poi duratura, mi chiedo diffidente,questa gratitudine passata addosso come una folata di vento? Non so. Non è cosa che appartenga, che si possieda. Forse la si può solo, ogni mattina, domandare.

(Marina Corradi, Tempi, 08 gennaio 2009)