Archivio per dicembre 2010

Il Bambino abbandonato

dicembre 30, 2010

La notte di Natale del 1994, Christian de Chergé, priore del monastero cistercense Notre-Dame de Atlas a Tibhirine, in Algeria, teneva un’omelia a commento del passo evangelico “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”… Christian de Chergé, fu poi ucciso dai fondamentalisti islamici il 21 maggio 1996, assieme a sei suoi confratelli.

« La meraviglia di Dio per noi, la meraviglia dell’uomo per Dio è questo piccolo bambino avvolto in fasce, giacente, legato, affidato, abbandonato!… ‘Abbandonato’ ha anche un significato attivo, (quello) di colui che si lascia fare, condurre, portare, guidare; colui che abbandona la volontà propria per quella di un altro. Questo tipo di abbandono è “la morte della propria volontà”, diceva Francesco di Sales. È anche il “muoio prima di morire” dei sufi. Il bambino che cade all’indietro nelle braccia di suo Padre (Teresa del Bambino Gesù).
Per me “Gesù abbandonato” è là ed è il segno che ci è donato nella nostra notte, in tutte le nostre notti – non c’è abbandono senza notte, senza quest’atto di fiducia che implica l’ignoto…. Ed ecco precisamente che su questa culla di neonato, tutto abbandonato, è proclamata la Buona Novella della Pace per gli uomini che Dio ama, gli uomini ai quali va la sua benevolenza, ai quali vuole bene! Pace agli uomini che si abbandonano all’amore di Dio….
Dio ha assunto un altro volto per l’uomo: non più l’Onnipotente che si impone dall’alto, da lontano, ma questo Dio che si abbandona, fragile, dipendente, consegnato al ben volere di una madre, di una famiglia, e anche ai capricci di un popolo. In Dio, il Figlio non è che questo nelle mani del Padre. Ed è questo che viene a vivere tra le nostre mani affinché noi possiamo entrare in corrispondenza di cuore con Dio attraverso la piccola via di Natale, quella dell’abbandono amoroso al quotidiano dell’Eterno, una piccola via per noi, qui, adesso ».

(Christian de Chergé, L’Osservatore Romano – 29.12.2010)

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Santo Natale 2010

dicembre 27, 2010

«L’Angelo annuncia ai pastori: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2, 11). Il Signore è presente. Da questo momento, Dio è veramente un “Dio con noi”. Non è più il Dio distante, che, attraverso la creazione e mediante la coscienza, si può in qualche modo intuire da lontano. Egli è entrato nel mondo. È il Vicino. … “Per voi è nato il Salvatore”: ciò che l’Angelo annunciò ai pastori, Dio ora lo richiama a noi per mezzo del Vangelo e dei suoi messaggeri. È questa una notizia che non può lasciarci indifferenti. Se è vera, tutto è cambiato. Se è vera, essa riguarda anche me. Allora, come i pastori, devo dire anch’io: Orsù, voglio andare a Betlemme e vedere la Parola che lì è accaduta».

(Benedetto XVI, Omelia della Notte di Natale 2009)

Un sincero augurio che possiamo tutti verificare con gioia Quella Notizia! Buon Natale!
don Renato

Una Chiesa sempre militante

dicembre 8, 2010

«Noi siamo convinti che Dio é all’opera nella Chiesa» – scrive don Massimo Camisasca su ‘Frarernità e Missione’ dello scorso novembre – «Le prove che Egli permette possono sembrarci talvolta eccessive, demoralizzanti. Sono in realtà la strada del suo estremo richiamo … Il suo invito a riscoprire ciò che conta, ciò che rimane, ciò che salva». Don Massimo accompagna questa affermazione con due belle citazioni del cardinal Newman.

«Il nostro é un mondo di perenne conflitto, e di vicissitudini all’interno del conflitto. La Chiesa è sempre militante; alcune volte vince, altre perde; e sempre più spesso in diverse parti del suo territorio ne esce simultaneamente vittoriosa e sconfitta. Che cos’é la storia della Chiesa, se non la testimonianza della sorte sempre incerta della battaglia, sebbene l’esito non ne sia in discussione? Appena intoniamo un Te Deum, dobbiamo tornare al nostro Miserere; appena siamo in pace, ecco la persecuzione; appena otteniamo una vittoria, ecco uno scandalo. Eppure, per mezzo di disfatte, riusciamo anche a migliorare; le nostre afflizioni si mutano in consolazioni». (J. H. Newman, 1840)

«A volte il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, …. Normalmente la Chiesa non deve fare altro che continuare a fare quello che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza di Dio». (J. H. Newman, 1879)

(Da: Massimo Camisasca, Nella fiducia e nella pace, Fraternità e Missione, novembre 2010 )

Una luce per Kristin

dicembre 4, 2010

Kristin, figlia di Lavrans, è la protagonista dell’omonimo romanzo di Sigrid Undset. Durante il cammino di un lungo pellegrinaggio, rivede la propria vita nelle acque tumultuose di un torrente che scende verso il lago mentre scende la sera. Tutto il male e le oscurità della vita non possono impedire che si accenda, nel cuore di chi si pente sinceramente, la luce della fede, della vita eterna, dell’amore.

Raggiunta la cima, Kristin si inginocchiò tra le pianticelle di mirtillo rosso. S’era già fatta sera; i boschi cupi, gli spiazzi grigi ricoperti di sassi, i campi brulli, si confondevano già tra loro; di sopra, il cielo s’inarcava amplissimo, profondo: sembrava un enorme calice trasparente. Si rifletteva chiaro in ogni pozzanghera; la sua luce si disperdeva tra le acque del torrente che scrosciando tra i sassi andava a sperdersi nella ghiaia che circondava il lago. …
Le parve di leggere la storia della sua vita sulle acque del fiume. Anche lei precipitava senza scampo attraverso zone torbide, era sbattuta contro i sassi che sbarravano la via: ma dal fondo, da lontano, una debole luce le arrivava, la illuminava: la luce della vita eterna. In lei nasceva una certezza: solo dal fondo dei tormenti, dopo un peccato commesso, quando l’anima sembrava più che mai abbarbicarsi alla terra, solo allora era in grado di cogliere tutto lo splendore della luce celeste.
«Ave Maria piena di grazia. Il Signore é teco, tu sei benedetta fra le donne e benedetto il Frutto del ventre tuo Gesù… Gesù che versò il suo sangue per noi…». Recitando l’Ave Maria, al ricordo dei cinque misteri dolorosi della Redenzione, ella sentiva che ora avrebbe potuto rifugiarsi con le sue pene all’ombra del manto della Madonna, col lutto dei figli perduti e il tormento per i colpi subiti ogni volta che vedeva minacciato uno di quelli vivi, minacce che ella non era in grado di parare. Maria, perfetta nella Sua purezza e della Sua umiltà, ubbidiente alla volontà del Padre, la più infelice di tutte le madri, non poteva non scorgere nella Sua infinita misericordia il debole barlume di luce che s’accendeva nel cuore della peccatrice consunto dalla fiamma delle passioni, e che perdurava malgrado i peccati d’amore, malgrado l’ostinazione, l’insofferenza, l’orgoglio.
Recitò a bassa voce le ultime parole del Pater Noster. … Nella loro spensieratezza infantile i figli le avevano fatto del male; ma lei stessa sapeva che anche se l’avessero messa in croce, come ella aveva fatto con suo padre, i suoi sentimenti verso di loro non sarebbero mutati in nulla. E cosi facile perdonare ai propri figli! «Gloria al Padre, al Figliolo e allo Spirito Santo» pregava, baciando la croce che il padre le aveva donato da bambina. Un desiderio di umiliarsi, una riconoscenza infinita le gonfiavano il cuore, poiché ora Kristin sentiva che, nonostante tutto, la sua anima inquieta si illuminava pallidamente dei riflessi dell’amore che aveva acceso l’animo del padre: calmo e luminoso come il cielo al limite del lago.».

(Sigrid Undset, Kristin figlia di Lavrans, pp. 645-646)

L’uomo che attende

dicembre 1, 2010

«L’attesa, l’attendere è una dimensione che attraversa tutta la nostra esistenza personale, familiare e sociale. L’attesa è presente in mille situazioni, da quelle più piccole e banali fino alle più importanti, che ci coinvolgono totalmente e nel profondo. Pensiamo, tra queste, all’attesa di un figlio da parte di due sposi; a quella di un parente o di un amico che viene a visitarci da lontano; pensiamo, per un giovane, all’attesa dell’esito di un esame decisivo, o di un colloquio di lavoro; nelle relazioni affettive, all’attesa dell’incontro con la persona amata, della risposta ad una lettera, o dell’accoglimento di un perdono… Si potrebbe dire che l’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo.
Ognuno di noi, dunque, specialmente in questo Tempo che ci prepara al Natale, può domandarsi: io, che cosa attendo? A che cosa, in questo momento della mia vita, è proteso il mio cuore? E questa stessa domanda si può porre a livello di famiglia, di comunità, di nazione. Che cosa attendiamo, insieme? Che cosa unisce le nostre aspirazioni, che cosa le accomuna?
Nel tempo precedente la nascita di Gesù, era fortissima in Israele l’attesa del Messia, … che avrebbe finalmente liberato il popolo … e instaurato il Regno di Dio. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da un’umile ragazza quale era Maria, promessa sposa del giusto Giuseppe. …
Impariamo da Lei, Donna dell’Avvento, a vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo, con il sentimento di un’attesa profonda, che solo la venuta di Dio può colmare».

(Benedetto XVI, Angelus, 28 novembre 2010)