Archivio per febbraio 2013

La Vera Letizia

febbraio 18, 2013

tavola-settembre

Dopo reiterate ricerche nelle tasche e nei cassetti, in macchina, in camera e in cucina, alla fine ho dovuto arrendermi all’evidenza: qualcuno si è portato via il mio portafoglio con soldi, patente, carta d’identità e bancomat… e penso anche di sapere chi ha portato a termine l’operazione: una persona che avevo cercato di aiutare e che avevo lasciato sola un attimo in entrata per andare in cucina a prendergli della pasta… Ora si trattava solo di aspettare la mattina seguente per andare a controllare se il conto in banca era stato prosciugato. Ovvio che non si dorme bene in questi casi. I pensieri vanno e vengono… ed è proprio in questa situazione che mi è tornata in mente questa pagina dei Fioretti di San Francesco. Per la cronaca: il conto si è sostanzialmente salvato e … questa pagina dei Fioretti … devo dire che mi ha fatto bene tornare a leggerla.

Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse così: “Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia”. E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: “O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l’udir alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch’è maggior cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”. E andando un poco, santo Francesco grida forte: “O frate Lione, se ‘l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”. Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: “O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”. E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: “O frate Lione, benché ‘l frate Minore sapesse sì bene predicare che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia”.
E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione, con grande ammirazione il domandò e disse: “Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia”. E santo Francesco sì gli rispuose: “Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui perché te ne glorii come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo”.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

(da I Fioretti di San Francesco, capitolo VIII)

Le vie del Signore

febbraio 1, 2013

Tramite quali vie il Signore arriva a noi?
Di norma mediante altri esseri umani (uomini o donne), che lo hanno «incontrato», anzi, «vissuto». E quindi tramite un «Paolo», ossia un volto, un sorriso, un carattere e un timbro di voce e degli occhi particolari, concretissimi, di cui la memoria credente custodisce il ricordo e la gratitudine per essersi donati e offerti quali ali dell’Evangelo e di quella Buona Notizia che ci ha cambiato la vita infondendovi il senso unificante dell’esistere.
In altre parole non sto dicendo nient’altro che il Cristo in via ordinaria ha scelto di raggiungere l’uomo e la donna di ogni tempo mediante la Chiesa, che è il suo Corpo vivente della storia, costituito da altri uomini ed altre donne chiamati a vivere in lui del suo stesso Spirito.
È chiaro che la Chiesa non coincide perfettamente con il «regno di Dio» (il cui compimento definitivo, escatologico, è al di là della storia, alla fine dei tempi), ma va riconosciuto senza trionfalismi, per amore del dono che ci è stato fatto e che non ci appartiene, che essa è comunque un segno tangibile della sua presenza e della sua efficacia (offerta già come «sacramento») nella storia umana, nonostante tutti i limiti e gli scandali che la attraversano e che ne offuscano il volto.

(Salvatore Maurizio Sessa, Il Gesù di Paolo e il Paolo di Gesù, p. 18)