Archivio per febbraio 2009

Per l’amore di un Altro

febbraio 22, 2009

Alle prime ore del 22 febbraio 2005 moriva a Milano don Luigi Giussani. Uno dei suoi primi allievi – oggi superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo – lo ricorda con un volume giunto in questi giorni in libreria (Don Giussani. La sua esperienza dell’uomo e di Dio, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2009, pagine 165, euro 14). Del libro ecco alcune frasi tratte dal capitolo intitolato “La vita come vocazione”

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Per Giussani, come per Agostino, amore di sé e donazione coincidono. “La nostra vita, se obbedisce, diventa più grande di quanto sarebbe mai stata, cioè si realizza. L’obbedienza per noi, cioè il seguire il disegno di un Altro, il fare la sua volontà, è ragionevole in un solo caso: deve essere consapevole che in essa sta la riuscita della vita“. Per questo Giussani vede nell’amicizia il vertice dell’obbedienza.
Dalla meditazione sui consigli evangelici e sulle virtù teologali, in particolare la carità, nasce spontaneamente la riflessione morale: se Dio ci ama così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (cfr. Prima Lettera di Giovanni, 4, 11). La morale è proprio questa imitazione del Padre. D’altra parte Gesù stesso aveva detto: “Siate perfetti come lo è il Padre vostro” (cfr. Matteo, 5, 48), indicando con queste parole non una misura, impossibile per l’uomo, ma una tensione. La vita morale è un cammino, un cammino verso il Padre.
E tutta la sproporzione, tutto il limite umano non è obiezione a questo: “Santità non è non sbagliare”, afferma Giussani riprendendo sant’Ambrogio, “ma cercare continuamente di non cadere”. Come un bambino che, pur disubbidendo alla mamma, le rimane attaccato e, col tempo, quando diventa più cosciente di questa affezione e dell’amore gratuito della madre, gli rincresce di farle del male e allora cerca di non farlo più. … Per una gratitudine, per un amore, non semplicemente per rispettare un comando. Ma se l’amore è Dio stesso (cfr. Prima Lettera di Giovanni, 4, 8), allora “la morale è imitare Dio in questo, è seguire Gesù o imitare il Padre”. “Perfetto come il Padre nostro: ma chi è capace? Come raccomandazione è sconsiderata, come raccomandazione produce l’inverso: la paura. Invece c’é il passo parallelo di san Luca che spiega cosa vuol dire: ‘Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre che sta nei cieli’. La perfezione è questa commozione in atto verso il bisogno dell’uomo”. Per il fondatore di Cl, come per i grandi della Chiesa, per esempio Agostino e Tommaso, tutta la morale si riconduce all’amore, non è nient’altro che il comandamento di Gesù: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Marco, 12, 31; Matteo, 22, 39).
La legge dell’io è una sola: amare, perché Amore è lo stesso nome di Dio.

(Massimo Camisasca, Non per un comandamento ma per l’amore di un Altro, L’Osservatore Romano, 22.02.2009)

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Il rischio della verità

febbraio 18, 2009

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La fede è prerogativa esclusiva di di persone brave e perfette? O non si tratta piuttosto di una bellezza che, per grazia di Dio, può affascinare e cambiare chiunque?

«Vi racconterò di una discussione sorta un giorno fra due cristiani colti. Un anziano professore, angosciato per il gran numero di persone che, in Germania, si allontanavano dalla Chiesa, si “sbattezzavano”, espresse al suo interlocutore la sua segreta consolazione: era grato a Dio che donava a così tante persone la buona coscienza di smettere di credere. Poiché, se avessero aperto gli occhi e avessero creduto, non sarebbero stati comunque in grado di portare, in questo nostro mondo, il fardello della fede e dei suoi doveri morali. Infatti, ecco di nuovo l’idea ricorrente: la fede è un peso notevole da portare e può essere portato solo da nature forti. È quasi una specie di castigo, in ogni caso, una pretesa! Dunque dev’essere lieto colui che non l’ha ricevuta. L’indifferenza verso un ordine di vita religioso, il disinteresse per la fede servirebbero l’uomo meglio della verità della Rivelazione. Il fatto che Dio si sia incarnato in Cristo, non sarebbe più dunque un dono, ma una punizione. Con questa convinzione com’è possibile trarre gioia dalla fede e il coraggio di continuare a essere credenti?
A Monaco, alcuni anni fa, la notte di Pasqua, battezzai un adulto. Aveva circa quarant’anni, aveva una moglie devota, figli sani, un posto di lavoro sicuro e un buon reddito. Un passo del genere può essere provocatorio, può renderci inquieti. Non si sarebbe meravigliato solo il professore molto credente di cui ho parlato prima. Non ci siamo forse tutti lamentati, almeno una volta, del fatto che da bambini, senza chiederci il permesso, con il Battesimo ci hanno posto sotto il giogo del cristianesimo? Perché un ingegnere della Siemens, a cui, umanamente parlando, non manca nulla, vuole diventare cristiano?
Non conosco nessuna risposta sicura. Gli atti di grazia di Dio non sono protocollati né elencati. Tuttavia di una cosa sono certo: al catecumeno di Monaco, Peter, essere cristiano è sembrata una ricchezza. Cristo lo aveva affascinato e perciò catturato. Chi ha trovato la felicità, non si preoccupa del prezzo. La scelta dell’amore più grande è di certo un rischio, ma dona anche la più profonda realizzazione. Quando Papa Benedetto XVI ha pubblicato la sua prima enciclica ha descritto proprio questo Dio affascinante.(…) “L’eros di Dio non è soltanto una forza cosmica primordiale; è amore che ha creato l’uomo e si china verso di lui, come si è chinato il buon Samaritano verso l’uomo ferito e derubato, giacente al margine della strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico”».

(Paul Josef Cordes, Il rischio della verità per il bene dell’uomo, L’Osservatore Romano – 3.02.2009)

Lettera dal Libano

febbraio 11, 2009

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Prendo questo breve brano dal commento giornaliero alle letture della liturgia che si trova su www.lachiesa.it. La lettera dal libano citata dal commentatore, scritta al tempo della guerra civile, non richiede ulteriori parole, ma solo di trovare spazio nel cuore di chi la legge…

L’amore di Dio, secondo san Paolo, è l’amore cristiano, cioè quello mai separato dall’amore del prossimo ed è bellissimo vederlo nei martiri. Malgrado le persecuzioni essi non sono mai venuti meno a questo amore più forte dell’odio. In modo speciale essi hanno riportato la vittoria dell’amore sull’odio non rinunciando mai ad amare i loro persecutori.
Durante il periodo in cui la guerra infuriava nel Libano io ho avuto modo di leggere una lettera di un giovane cristiano di 22 anni scritta un mese circa prima di essere ucciso. Stava preparandosi al sacerdozio e nella previsione di poter morire, scrisse ai suoi familiari: “Ho una sola cosa da chiedervi: perdonate di cuore a quelli che mi avranno ucciso; domandate con me che il mio sangue serva come riscatto per il Libano, come offerta per la pace, per l’amore che sono scomparsi nel nostro paese e nel mondo; che la mia morte insegni agli uomini la carità. Il Signore vi consoli. Io non rimpiango questo mondo ma mi rattrista il pensiero della vostra tristezza. Pregate, pregate e amate i vostri nemici”.
È una testimonianza viva della vittoria dell’amore cristiano. Ringraziamo il Signore di farci conoscere che anche oggi i cristiani muoiono come Gesù perdonando chi li uccide; preghiamo per i cristiani che sono tuttora perseguitati e domandiamo di poter essere promotori di unità con la carità che supera ogni odio.

( http://www.lachiesa.it , commento alla liturgia del 21.01.2009)

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VOLANTINO DI ‘CL’