Archive for the ‘Uncategorized’ category

La conversione di San Paolo

gennaio 25, 2017

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Paolo sopportò ogni cosa per amore di Cristo
Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3, 13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invita tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2, 18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12, 10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2, 14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l’altrui freddezza e le ingiurie che l’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa.
Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro.
Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi.
Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.

(San Giovanni Crisostomo: Panegirico di san Paolo, apostolo)

Se fossimo tutti un po’ più contemplativi….

novembre 27, 2014

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La contemplazione è un bene primario universale, disponibile e necessario per tutti, non da specialisti o gente del mestiere. È contemplativo lo sguardo di stupore e di meraviglia del bambino che gioca con le cose e con la vita. È contemplativo lo sguardo di chi fissa negli occhi la persona che ama senza parlare. È contemplativo lo sguardo gioioso e sereno di un anziano che ha imparato a conoscere la misura e il senso dei suoi giorni. È contemplativo lo sguardo di luce di chi soffre sapendo che non è vano il suo soffrire. Si potrebbe dire che la contemplazione è uno sguardo posato sull’essenziale. Uno sguardo che cerca l’essenziale, la realtà intima e profonda di ogni cosa. Che cerca il bene, la verità, la bellezza nascosti in ogni cosa. Uno sguardo che domanda, che s’interroga, che desidera, che attende, che insegue un significato in tutto ciò che esiste. Uno sguardo che non si ferma all’apparenza, ma varca la soglia del visibile sui sentieri dell’invisibile. Uno sguardo che, in tutto questo, lo sappia o no, cerca un solo Volto: quello noto o appena intravisto o ancora sconosciuto di Dio. Perché così ci ha fatti Dio. Desiderosi di Lui. Perennemente in cerca di Lui. Inquieti finché non riposiamo in Lui. Perché in noi Dio ha lasciato un’impronta della sua presenza.

(Patrizia Girolami – osservatoreromano.va)

Di che cosa ha bisogno l’Europa?

maggio 24, 2014

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Quattro righe sulla carta intestata del Presidente del Consiglio dei Ministri: «Perdonami, Signore, ma porto con me nelle mie occupazioni la Tua preghiera – penetra tutta la mia attività, prega Tu nel mio lavoro e in tutta la donazione di me stesso». Sono parole scritte sessant’anni fa dalla mano di Alcide De Gasperi.
La mente corre ad immaginare la densità di quegli anni. Un neonato governo doveva riedificare un paese dilaniato dalla guerra, tenere insieme forze politiche radicalmente contrapposte e creare alleanze anche con i paesi poco prima nemici. Non è difficile immaginare le schiaccianti responsabilità del presidente De Gasperi, che fra gli impegni scrive di getto sulla carta che trova sottomano una commovente richiesta: «Prega Tu nel mio lavoro».
Sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI hanno sottolineato con forza che un’Europa noncurante delle proprie radici cristiane può soltanto rinsecchire. Dove possiamo allora riporre la nostra speranza per il futuro dell’Europa?
Innanzitutto nel cammino dell’educazione necessario per tornare a riappropriarsi di quel patrimonio culturale che ha fatto grande l’Europa e per aiutare gli europei a prendere coscienza di quelle novità assolute che Cristo ha portato nel mondo(…)
L’Europa ha bisogno di uomini santi che concepiscano la loro azione, in ogni campo, come impegno personale a servire i fratelli uomini. (…) Papa Francesco nella sua esortazione Evangelii Gaudium ha definito la politica «una vocazione altissima, una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune» (205). Alcide De Gasperi ha vissuto così, come carità e santità, la sua vocazione.
L’Europa ha bisogno di donne e di uomini disponibili anche a soffrire di persona, al fine di servire il loro popolo nella verità. Donne e uomini capaci di scrivere tra un dibattito e una votazione: «Penetra tutta la mia attività, prega Tu nel mio lavoro e in tutta la donazione di me stesso»

( Jonah Lynch, Fraternità e Missione , 05-2014)

“Pasqua è la festa in cui Cristo asciuga le lacrime di ogni volto”

aprile 14, 2014

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1955. Già da dieci anni il vescovo ucraino Josyf Slipyj era imprigionato nei lager sovietici, vittima della persecuzione stalinista contro la chiesa cattolica. Nonostante privazioni e umiliazioni di ogni specie, la fedeltà di Josyf Slipyj a Cristo e alla Chiesa Cattolica si dimostrò incrollabile. La sua testimonianza di fede e di carità fu di conforto per tanti compagni di prigionia. Trovò il modo anche di far pervenire all’esterno, in alcune occasioni, dei messaggi per i fedeli. Uno di questi messaggi ha per tema la Pasqua…

«Il pane della Pasqua sia per voi chiarissimo motivo di vittoria e trionfo sulla morte, sul peccato e su tutti i mali e fortifichi la vostra irremovibile fede nella invincibilità di Cristo, trionfatore di tutti i nemici …
Il tempo della Quaresima, se vissuto convenientemente, conduce alla certezza … introduce e prepara alla Pasqua di Risurrezione. Per questo cessate di piangere e di essere tristi, voi che siete afflitti e oppressi, raddrizzate le spalle ricurve, illuminate i vostri volti bui, siate pieni di gioia e felici, perché la Pasqua è la festa in cui Cristo asciuga le lacrime di ogni volto»

(Giovanni Choma, Josyf Slipyj p. 123)

Che cosa vuol dire per noi vivere la Settimana Santa?

aprile 12, 2014

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Che cosa significa seguire Gesù nel suo cammino sul Calvario verso la Croce e la Risurrezione?Gesù ha percorso le strade della Terra Santa; ha chiamato dodici persone semplici perché rimanessero con Lui, condividessero il suo cammino e continuassero la sua missione.
Ha parlato a tutti, senza distinzione, ai grandi e agli umili, al giovane ricco e alla povera vedova, ai potenti e ai deboli; ha portato la misericordia e il perdono di Dio; ha guarito, consolato, compreso; ha dato speranza; ha portato a tutti la presenza di Dio che si interessa di ogni uomo e ogni donna, come fa un buon padre e una buona madre verso ciascuno dei suoi figli. Dio non ha aspettato che andassimo da Lui, ma è Lui che si è mosso verso di noi, senza calcoli, senza misure. Dio è così: Lui fa sempre il primo, lui si muove verso di noi.
Gesù ha vissuto le realtà quotidiane della gente più comune: si è commosso davanti alla folla che sembrava un gregge senza pastore; ha pianto davanti alla sofferenza di Marta e Maria per la morte del fratello Lazzaro; ha chiamato un pubblicano come suo discepolo; ha subìto anche il tradimento di un amico. In Lui Dio ci ha dato la certezza che è con noi, in mezzo a noi. Gesù non ha casa perché la sua casa è la gente, siamo noi, la sua missione è aprire a tutti le porte di Dio, essere la presenza di amore di Dio.
Gesù entra in Gerusalemme per compiere l’ultimo passo: si dona totalmente, non tiene nulla per sé, neppure la vita. Nell’Ultima Cena, con i suoi amici, condivide il pane e distribuisce il calice “per noi”. Il Figlio di Dio si offre a noi, consegna nelle nostre mani il suo Corpo e il suo Sangue per essere sempre con noi, per abitare in mezzo a noi. E nell’orto degli Ulivi, come nel processo davanti a Pilato, non oppone resistenza, si dona; è il Servo sofferente preannunciato da Isaia che spoglia se stesso fino alla morte ”. Gesù non vive questo amore che conduce al sacrificio in modo passivo o come un destino fatale; certo non nasconde il suo profondo turbamento umano di fronte alla morte violenta, ma si affida con piena fiducia al Padre. 
Gesù si è consegnato volontariamente alla morte per corrispondere all’amore di Dio Padre, in perfetta unione con la sua volontà, per dimostrare il suo amore per noi. Sulla croce Gesù «mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Ciascuno di noi può dire: ‘Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me’. 
Vivere la Settimana Santa seguendo Gesù non solo con la commozione del cuore, vuol dire imparare ad uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, per andare verso le periferie dell’esistenza, muoverci noi per primi verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, soprattutto quelli più lontani, quelli che sono dimenticati, quelli che hanno più bisogno di comprensione, di consolazione, di aiuto. C’è tanto bisogno di portare la presenza viva di Gesù misericordioso e ricco di amore! 

(Papa Francesco 2013 prima Udienza del Mercoledì)

“La tua misericordia è per i secoli dei secoli”

settembre 3, 2013

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25 settembre 1953. A tarda notte viene arrestato e imprigionato il cardinale Stefan Wyszyński , primate di Polonia, arcivescovo di Gniezno e Varsavia. Verrà liberato dalle autorità comuniste il 28 ottobre del 1956. Durante la prigionia il cardinale affida ad un diario le sue riflessioni che spesso diventano preghiera al Signore e alla Madonna.

18 gennaio 1954, lunedì,
«Perché nessuno pensi…» che sei severo Padre, che sei affrettato nel dare giudizi, perché nessuno, Padre, Ti faccia torto rimproverandoTi per colpa mia, affermo che qualsiasi cosa Tu abbia fatto, l’hai fatta con giustizia. Chi può saperlo meglio di Te e di me? Chi riconosce la necessita del dolore con più difficoltà di colui che ne fa esperienza? Anche Giobbe si é giustificato davanti alle lamentele dei suoi amici! Devo riconoscere di mia volontà e coscientemente che tutte le Tue strade sono giustizia e verità! Il dolore si trasforma in amore riconoscente. La punizione cessa di essere una ritorsione, perché é una medicina, offerta con paterna delicatezza. La tristezza che fa tremare l’animo é l’aratura del campo prima della nuova semina. La solitudine é guardarTi più da vicino. L’umana rabbia è scuola di silenzio e umiltà. Il distacco dal lavoro é impegno maggiore e offerta del cuore. La cella della prigione è segno del fatto che non abbiamo qui una dimora stabile… Affinché nessuno pensi male di Te, Padre, perché nessuno osi rimproverarTi di eccessiva severità; perché sei buono, perché la Tua misericordia é per i secoli dei secoli.

(Stefan Wyszyński , Appunti dalla prigione p. 59)

Vladimir Ghika: Il volto di un santo

agosto 31, 2013

ghika1.jpgOggi, 31 agosto, a Bucarest è stato dichiarato beato Monsignor Vladimir Ghika.
I santi… non si sono mai persi in polemiche. Hanno sempre continuato a “fare il Cristianesimo”. Monsignor Vladimir Ghika, in Romania, è stato un bell’esempio in questo senso.

Nato il 25 dicembre 1873 in un palazzo di Costantinopoli, dove il padre era rappresentante diplomatico della Romania, Vladimir Ghika era di famiglia nobile, i suoi antenati erano principi signori della Moldavia. E’ subito battezzato e cresimato secondo la tradizione ortodossa. Cresce in Francia, dove la famiglia si è trasferita per l’attività del padre. Termina il liceo e frequenta a Parigi la Facoltà di Scienze Politiche. Torna in Romania nel 1895 per continuare gli studi. Infine arriva in Italia, a Roma per approfondire la filosofia scolastica e la teologia. Qui avviene, nel 1902, il suo passaggio al Cattolicesimo, sicuramente non in polemica con la tradizione dei padri alla quale resterà sempre affezionato. Soleva dire: “Sono passato alla Chiesa Cattolica per essere un ortodosso migliore”. Torna in Romania, ma dopo alcuni anni è di nuovo a Roma ed infine a Parigi. Nella sua vita si intrecciano l’attività diplomatica, l’interesse culturale e, soprattutto, l’impegno caritativo. Solo nel 1923, ormai a 50 anni è ordinato sacerdote e incardinato nella diocesi di Parigi. Lui, nobile, sceglie di andare a vivere tra i poveri. La seconda guerra mondiale lo sorprende in Romania, nel pieno della sua attività sacerdotale e caritativa. Non accetta, neanche alla fine della guerra e all’inizio della persecuzione comunista, di mettersi al sicuro lasciando il Paese. Vuole continuare a restare vicino ai poveri e agli ammalati. Aveva messo in piedi un’opera di assistenza. Il regime gli confisca tutto. Continua la sua missione come può. Il 18 novembre del 1952, a quasi ottant’anni, è arrestato e condannato, dopo un processo farsa, a 3 anni di carcere duro nella prigione di Jilava. L’accusa: spionaggio in favore del Vaticano! Monsignor Vladimir Ghika muore in carcere, il 17 maggio del 1954, stroncato dalle sofferenze e dalle privazioni.

vladimirghika.jpgLa presenza di Dio era il punto centrale della sua spiritualità. Vedeva Dio dappertutto e in tutte le cose. Soprattutto lo vedeva nelle persone. Era quella che lui chiamava “la liturgia del prossimo”. Leggiamo nei suoi scritti:
«In questa vita solo l’atto di carità può arrivare a toccare Dio e solo l’atto di carità ci porta là dove dobbiamo rimanere. Tutto il resto passa ed è fatto per passare. (…) Doppia e misteriosa liturgia: del povero che vede Cristo venire verso di lui sotto le specie del fratello che aiuta… e del benefattore che vede come appare Cristo nel povero e nel sofferente sopra il quale si china.»

Il giorno del processo, agli altri preti arrestati, dirà convinto che lui non poteva proprio immaginare un onore più grande di quello di essere imprigionato per il nome di Cristo.