Archivio per gennaio 2008

Guardateli con il cuore di Don Bosco

gennaio 29, 2008

rettore-salesiani1.jpgDal “Messaggio del Rettor Maggiore dei Salesiani ai Giovani” in occasione della Festa di Don Bosco 2008

«Cari giovani,
durante la beatificazione di Zeffirino Namuncurá, nel cuore della Patagonia, il mio pensiero è corso a tutti voi …. vedevo i vostri volti e sentivo le vostre voci. Insieme a Zeffirino, anche voi eravate nei miei pensieri e nel mio cuore. Mi sembrava che l’oratorio di Valdocco avesse dilatato i suoi confini oltre l’oceano per abbracciare in un unico orizzonte tutti i giovani del mondo. Una grande moltitudine, diversa per lingua e cultura, guidata da un unico padre, Don Bosco, e da tre giovani santi: Zeffirino, Laura e Domenico. Che magnifica visione!
Cari giovani, voi avete ricevuto grandi doni nella vostra vita….. Avete anche il privilegio di conoscere Don Bosco e la ricchezza della sua proposta di vita cristiana e di santità giovanile…. Un tesoro da custodire, un tesoro da incrementare, un tesoro da far fruttificare attraverso l’educazione.
04-zeffirino_namuncura-1.jpgEcco la vostra prima responsabilità: prendere a cuore la vostra vita e diventare pienamente persone, per realizzare il progetto che Dio ha su di voi: essere suoi figli e figlie amati…..
Aprite i vostri occhi, cari giovani! Guardate quanti ragazzi e ragazze, adolescenti e giovani nel vostro quartiere, nella vostra città, nella scuola o nelle fabbriche, cercano una migliore qualità di vita, lottano per essere accettati senza paura, per avere una opportunità di lavoro, per ottenere un posto nella scuola. Guardateli con il cuore di Don Bosco e aprite loro il vostro cuore….
Vergine Santa, ti affido i giovani del mondo, specialmente i più poveri, i più bisognosi e quelli più a rischio. Guidali nel loro cammino di crescita umana e fa’ di loro dei testimoni coraggiosi di Cristo nel nostro tempo… ».

Annunci

Dentro quella debolezza

gennaio 26, 2008

sanpietro1.jpg

Un frammento dal romanzo “Il Nemico” di Michael D. O’Brien.
Convocato a Roma dal suo monastero sul monte Carmelo, padre Elia (Davy) incontra in Vaticano un sacerdote, vecchio amico di studi…

«Per la prima volta a Roma?».
«sì».
«Ti sorprenderà quante persone siano deluse da San Pietro. È imponente, chiaro. La chiesa più grande della cristianità. Stipata fino all’inverosimile di opere d’arte dal valore incalcolabile. Ma non si avvicina minimamente alla sensazione che procurano le catacombe di Callisto fuori dalla città. Quelle sono davvero le fondamenta della Chiesa. Quelle e la tomba di Pietro. Ho toccato le sue ossa, sai? »
«Hai toccato le sue ossa?»
«Hanno aperto la tomba lo scorso autunno durante i lavori di restauro della teca sotto l’altare maggiore. Sai, non è come me l’ero immaginato. Stavo cercando devozione e estasi. Non c’era niente del genere».
«Riesci a descriverlo?».
«Penso di poterci provare. Quando ho toccato le ossa, non ho avvertito niente di macabro. Era così semplice, proprio qui si trovava il grande pescatore, quello che è fuggito. Quello che ha rinnegato Gesù. Quello che è tornato indietro. L’ho sentito, Davy, ho sentito l’eternità della Chiesa. Come se il tempo non esistesse. C’era una pace che non potresti immaginare. Era bello. E pace. Sì, una pace che non aveva odore o sapore o suono, non avresti pensato che potesse esistere. Ma era là. “Ecco la roccia”, mi son detto. Quest’uomo rude, umile e grande, era proprio come me. Gesù lo ha guardato e amato. Pietro ha guardato Gesù e gli ha detto: “Va’ via da me, sono un peccatore”. Uno sciocco di Galilea di nome Pietro. Gesù lo ha fatto capo degli apostoli, vescovo di Roma, la pietra angolare. Cristo ha costruito una Chiesa su tutta quella debolezza. Questo è ciò che mi ha colpito più di tutto. Dentro quella debolezza si trova un magnifico segreto».
«È stata una grazia straordinaria?».
«Sì, lo è stata».

(Michael D. O’Brien, Il Nemico, pp. 29-30)

luigi_giussani2.gif
Don Luigi Giussani
“Pietro mi ami tu?” mp3

Paolo e l’amore di Cristo

gennaio 25, 2008

mos_bors_paolo2.jpg

«Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro.
Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi.
Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo».

(Giovanni Crisostomo, Panegirico di san Paolo, apostolo)

„Tinerimea Nouă”

gennaio 23, 2008

20080112-a-mm-a-memoriam3ac.jpg

Nel libro “Episcopul Ioan Suciu în faţa furtunii”(Il vescovo Ioan Suciu di fronte alla tempesta), l’autore, Ion Gavrilă Ogoranu, riesce a presentare la personalità del vescovo Ioan Suciu mettendo insieme rapporti, confidenze, dichiarazioni raccolte dalla Securitate (la polizia segreta della Romania comunista) prima del suo definitivo arresto avvenuto il 27 ottobre del 1948. A quest’opera di raccolta l’autore, che per diversi anni ha fatto parte della resistenza armata al regime comunista, aggiunge dei significativi ricordi personali…

«Cominciando dall’anno 1934, da quando avevo 11 anni, ero allievo del Liceo „Radu Negru” di Făgăraş ed avevo, come i miei compagni dei villaggi e della città, la mia piccola bisaccia piena di principi ed insegnamenti cristiani ricevuti in famiglia, a scuola, in chiesa. Era ovvio il nostro compito di vivere da buoni cristiani. Non ci sembrava neanche una cosa pesante. (…)
La nazione ci sembrava fondata molto bene. Ci sembrava che tutti i romeni, compresi i governanti del paese, erano dei cristiani proprio come noi ragazzi. (…) Certo, vedevamo anche i peccati attorno a noi: menzogna, cattiveria, ubriachezza, immoralità, ma quelli che peccavano avevano coscienza del peccato e occorreva aiutarli perchè non peccassero più.
In questa vita tranquilla, ci arriva da Blaj una bella rivista, con fotografie, rivista che rompe la tranquilità e la sicurezza (conservate) fino a quel momento. La rivista si chiamava „Tinerimea Nouă” (La Nuova Giovinezza) ed era scritta da una sacerdote: Ioan Suciu. Venivamo a sapere, attraverso di essa, che nel mondo esistevano uomini che odiavano i cristiani, che li imprigionavano e li uccidevano, che c’erano nazioni dove i governanti combattevano il Nome e l’Insegnamento di Cristo e dove si distruggevano le chiese e si uccidevano i sacerdoti. Così succedeva in Russia, in Cina e ultimamente in Spagna e in tutti questi casi gli autori delle atrocità si chiamavano comunisti.
Nello stesso tempo „Tinerimea Nouă” ci proponeva esempi di coraggio, di donazione, di forza nella fede da parte di alcuni cristiani che non volevano rinnegare Cristo. Si trattava in modo particolare di giovani. A poco a poco abbiamo capito che per chiamarci cristiani occorreva molto di più del buon comportamento…. C’era bisogno di coraggio, di donazione, di lotta, di offerta, di eroismo».

(Ion Gavrilă Ogoranu, Episcopul Ioan Suciu în faţa furtunii,
pp. 106–107)

Paladini della scienza che non usano la ragione

gennaio 21, 2008

liberazione11.jpg
liberazione2.jpgliberazione3.jpg

Nella sua lettera al Presidente della Repubblica, pubblicata su Liberazione il 20 gennaio scorso, Paolo Flores d’Arcais, se la prende con Napolitano per la lettera di scuse al papa. Nella foga, l’estensore dello scritto si è lasciato prendere la mano, soprattutto nel finale. Così rischia anche lui di fare la figuraccia dei suoi amici dell’università “La Sapienza”, quelli che hanno accusato il papa di essere contro Galileo mentre, nel testo da loro citato, l’allora cardinal Ratzinger lo aveva difeso. (Particolare un po’ grave trattandosi di professori di università)
Che cosa dice Flores d’Arcais?
1) Che Benedetto XVI avrebbe attaccato l’evoluzionismo darwiniano bollandolo di “scientificità non provata” e per questo sarebbe responsabile di “sistematici attacchi al cuore della scienza contemporanea”;
2) le gerarchie cattoliche avrebbero denunciato come “assassine” le donne che abortiscono volontariamente.
Diciamo subito che c’è un’abbondante dose di falsità in entrambe le affermazioni.
Per sostenere l’accanimento antidarwiniano di Ratzinger il d’Arcais cita un non meglio identificato libro pubblicato in Germania (tanto per essere scientifici!); io, invece, mi permetto di trascrivere le parole esatte dette dal papa ad un incontro di preti dalle quali si può facilmente capire come Benedetto XVI non abbia proprio niente contro l’evoluzionismo. Dice solo che non può rispondere a tutto.
«Vedo attualmente in Germania, ma anche negli Stati Uniti, un dibattito abbastanza accanito tra il cosiddetto creazionismo e l’evoluzionismo, presentati come fossero alternative che si escludono: chi crede nel Creatore non potrebbe pensare all’evoluzione e chi invece afferma l’evoluzione dovrebbe escludere Dio. Questa contrapposizione è un’assurdità, perché da una parte ci sono tante prove scientifiche in favore di un’evoluzione che appare come una realtà che dobbiamo vedere e che arricchisce la nostra conoscenza della vita e dell’essere come tale. Ma la dottrina dell’evoluzione non risponde a tutti i quesiti e non risponde soprattutto al grande quesito filosofico: da dove viene tutto? e come il tutto prende un cammino che arriva finalmente all’uomo?» (Benedetto XVI, Incontro con i sacerdoti, Auronzo di Cadore, 24.07.2007).
Se dire queste cose è attaccare il cuore della scienza contemporanea giudicatelo voi!!
Vengo al secondo punto.
Per quanto laico, il professor d’Arcais dovrebbe sapere che la Chiesa Cattolica cerca sempre di attenersi a questo principio: denunciare il peccato e mai il peccatore. La Chiesa dice e continuerà a dire che l’aborto volontario è sostanzialmente un omicidio trattandosi dell’uccisione di un essere umano che chiede di nascere. E non è forse vero? (Non pensa il prof. d’Arcais che negare questa evidenza sarebbe proprio fare un torto alla scienza?) Comunque la Chiesa non apostrofa e non denuncerà nessuno come assassino, meno che meno le donne che abortiscono: per il fatto molto semplice che il giudizio sulla persona, secondo la fede cristiana e quello che dice Gesù nel Vangelo, spetta solo a Dio. Se il prof. d’Arcais ha dei documenti ecclesiali, prediche di vescovi o altro che suonano come invettiva contro le donne che abortiscono faccia il favore di tirarli fuori e, magari, cerchi di ricordarsi anche titolo e pagina del libro in tedesco nel quale Benedetto XVI se la prenderebbe con Darwin.
Piagnucolare col Presidente della Repubblica per le offese alla scienza e poi non dare nessun riscontro delle affermazioni che si fanno a me sembra un tantino contraddittorio, ma, evidentemente, al quotidiano Liberazione nessuno ci ha fatto caso.

Medjugorje 2 gennaio 2008

gennaio 18, 2008

immagine1.jpg

Messaggio a Mirjana (video)

“Cari figli, con tutta la forza del mio cuore io vi amo e mi dono a voi. Come la madre lotta per i suoi figli, io prego e lotto per voi. A voi chiedo di non aver paura di aprirvi perché possiate amare e darvi agli altri col cuore. Quanto più farete questo col cuore, accoglierete di più e comprenderete meglio il mio Figlio e il suo dono a voi. Che tutti vi riconoscano attraverso l’amore di mio Figlio e il mio. Vi ringrazio”.

Il tempo che passa

gennaio 12, 2008

friedrich_wanderer-sea-fog2.jpg

La verità è che il fluire del tempo, edax rerum, «divoratore di ogni cosa», come diceva il poeta latino Ovidio, avanza inesorabile su tutto e su tutti. La sua scansione di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni macina le realtà belle e quelle brutte, spande lacrime e le asciuga, ospita crimini e illumina gesti nobili e gloriosi. C’è, però, una riserva da fare. Se è vero che il tempo oggettivo non guarda in faccia a nessuno e tutto consuma come «un vorace cormorano», per usare una definizione di Shakespeare, è altrettanto vero che il tempo soggettivo è diverso per ciascuno di noi, anzi per ogni stato della nostra esistenza. Sessanta minuti di noia non sono uguali a un’ora trascorsa tra due innamorati. Il tempo può essere «ammazzato» perché non si ha voglia di fare nulla o perché si è disperati e in questi casi pare infinito; ma può essere anche colmato di opere, di creazioni, di pensieri, di ricerca. Il filosofo americano ottocentesco William James osservava giustamente che «l’uso migliore della vita è di spenderla per qualcosa di più duraturo della vita stessa». Solo così il tempo acquista una durata, un sapore e un colore diverso per ciascuno.

(Gianfranco Ravasi, Avvenire, 29.12.2007)