Archivio per ottobre 2008

Dalla vita del monaco Silvano

ottobre 19, 2008

Silvano del Monte Athos è un figlio della Santa Russia, della tradizione orientale ortodossa e slava, ma misteriosamente si colloca anche accanto ai grandi uomini spirituali dell’Occidente cattolico… Possedeva la grazia della preghiera continua per i peccatori, i poveri, i sofferenti e quando scriveva parlava solo della bontà del Signore.

In un giorno di festa, Simeone (Silvano) notò un contadino di media età che danzava insieme agli altri e suonava la fisarmonica. Simeone lo prese in disparte gli domandò: «Dimmi, Stefano, come puoi suonare e danzare dopo che hai ucciso un uomo?». Quel contadino, infatti, avevo ucciso un uomo durante una rissa in stato di ubriachezza. Stefano portò Simeone ancora più in disparte e gli disse: «Tu devi sapere che quando ero in prigione ho pregato molto Dio perché mi perdonasse. E avvenne un giorno che il letto sul quale io mi trovavo in ginocchio e con la testa immersa nel cuscino si mise a tremare e il mio cuore si riempì di un’immensa gioia. Allora compresi che Dio mi aveva perdonato. E ora suono e danzo e la mia anima è in pace per questo motivo». Simeone allora comprese… che si può domandare a Dio il perdono dei propri peccati. Capì anche quale poteva essere la coscienza tranquilla dell’omicida perdonato.

Un giorno Silvano ebbe una conversazione con un eremita. Questi gli disse con aria di evidente soddisfazione: «Dio punirà tutti gli atei ed essi bruceranno nel fuoco eterno». Visibilmente afflitto lo Staretz replicò: «Dimmi allora, te ne prego, se tu sarai in paradiso e da lì vedrai qualcuno che brucia nel fuoco dell’inferno, potrei forse rimanere in pace?». «Cosa posso farci – disse l’altro -, è il loro errore». Allora con volto addolorato lo Staretz rispose: «L’amore non può sopportare questo… Bisogna pregare per tutti gli uomini».

(Archimandrita Sofronio, Silvano del Monte Athos, pp. 44.70)

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Gesù e Francesco

ottobre 4, 2008

«Da tutto il Veneto siamo convenuti in questa splendida Basilica animata dal penetrante racconto della vita di Francesco ad opera di Giotto e ci siamo uniti al popolo di Assisi e ai molti pellegrini. L’accensione della lampada e l’insieme dei gesti che, dal Vespro di ieri sera, la stanno accompagnando sono un fatto corale, religioso e civile che vuol porre con forza un segno di solidità nel travaglio provocato dalle rapide trasformazioni in atto anche nella nostra Italia. Tutti i “fondamentali” che hanno per secoli regolato l’umana convivenza sono oggi messi in questione. È un dato di fatto. Penso al significato del vero, del buono, del bello, al senso della vita e della morte, del matrimonio, della famiglia, dell’identità religiosa e culturale di una nazione, del rapporto con l’ambiente, della costruzione di un solido e durevole equilibrio tra pace, sviluppo e giustizia…

Eppure la nostra è un’epoca piena di fascino. È, soprattutto, quella in cui Dio che è Padre ci chiama a vivere. Ma a vivere come? Ce lo dice Francesco, che ancora oggi, dopo otto secoli, esercita una straordinaria attrattiva in tutto il mondo: «Sei tu, Signore, l’unico mio bene» (Salmo responsoriale, 15, 1). Questa è in Francesco la radice di tutto. La sua quotidiana esistenza fu la risposta carica di amore al Bene Unico che è Dio……

Come per San Paolo, la passione per Cristo segnò Francesco fin nella carne [«Io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Seconda Lettura, Gal 6,17)]. E questa passione fu nel poverello inscindibile dalla passione per l’uomo. Non a caso la Prima Lettura lo identifica con «colui che nella sua vita riparò il tempio e… premuroso di impedire la caduta del suo popolo, fortificò la città contro un assedio» (Sir 50, 1.4). Come la fiamma della lampada che abbiamo solennemente acceso, Francesco bruciò e si consumò di carità (per Dio, per gli uomini e verso il creato) lungo tutto l’arco della sua esistenza».

(Dall’omelia pronunciata dal Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia, ad Assisi il 4.10.2008)