SANTO STEFANO D’UNGHERIA (969-1038): Le esortazioni di un padre al proprio figlio

Guidare un popolo e amministrare una nazione significa soprattutto dare radici solide condivise da cui trarre un progetto di futuro. È questa la lezione di santo Stefano, primo re di Ungheria.
Nato tra il 969 e il 975, sposò Gisella, figlia del Duca di Baviera, e nel 997 prese il posto del padre sul trono d’Ungheria. L’incoronazione avvenne però solo nella notte di Natale dell’anno 1000, grazie all’appoggio di papa Silvestro II e dell’Imperatore Ottone III. Stefano si trovò a guidare una popolazione che doveva ancora conoscere a pieno il Vangelo e per questo si dedicò anche all’organizzazione della Chiesa locale, anche grazie all’aiuto dei monaci di Cluny. Favorì anche il sistema educativo scolastico. Morì nel 1038.

«In primo luogo questo ti consiglio, ti raccomando e ti impongo, figlio carissimo: fa’ onore alla corona regale, conserva la fede cattolica e apostolica con tale diligenza e scrupolo, da essere di esempio a tutti quelli che da Dio ti sono stati sottoposti, perché tutte le persone dabbene giustamente ti indichino come un praticante autentico del Vangelo. Senza di questo, sappilo per certo, non sarai cristiano, né figlio della Chiesa. Nel palazzo reale dopo la fede in Cristo, viene quella nella Chiesa, la quale, piantata dapprima del nostro capo, Cristo, fu poi trapiantata e solidamente costruita e diffusa per tutto il mondo dalle sue membra, ossia dagli apostoli e dai santi padri…
Nel nostro regno però, o figlio, carissimo, essa è ancora giovane, in quanto nuova e annunziata da poco. Per questo ha bisogno di persone che la custodiscano con maggior impegno e vigilanza, perché quel bene, che la divina bontà ha elargito a noi, senza alcuno nostro merito, non vada perduto e ridotto al nulla per tua ignavia, pigrizia e negligenza.
Figlio mio carissimo, dolcezza del mio cuore, speranza della mia futura discendenza, ti scongiuro e ti comando di farti guidare in tutto e per tutto dall’amore, e di essere pieno di benevolenza, non solo verso i parenti e i congiunti, siano essi principi condottieri, ricchi, vicini o lontani, ma anche verso gli estranei e tutti quelli che vengono da te.
Se praticherai la carità, arriverai alla suprema beatitudine.
Sii misericordioso verso tutti gli oppressi. Abbi sempre presente nel cuore il modello offerto dal Signore quando dice: “Voglio la misericordia, non il sacrificio” (Mt 9,13).
Sii paziente con tutti, non solo con i potenti ma anche con i deboli.
Sii forte, perché non ti inorgoglisca la prosperità, né ti abbatta l’avversità.
Sii anche umile, perché Dio ti esalti ora e in futuro.
Sii moderato e non punire o condannare alcuno oltre misura.
Sii mite, non voler metterti mai in opposizione con la giustizia.
Sii onesto, perché non abbia mai a procurare volutamente disonore ad alcuno.
Sii casto, perché tu abbia ad evitare come spine di morte, le sollecitazioni malvage.
Tutte queste cose, qui sopra elencate, danno splendore alla corona regale, mentre, senza di esse, nessuno è in grado di regnare come si conviene quaggiù, né di giungere al regno eterno».

(Da Esortazioni al Figlio, cap. 1.2,10)

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